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Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.
Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.
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Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.
E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.
Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.
Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che non ho aperto la nostra home page. In evidenza, la news di cui avevo appena finito di occuparmi. Già lì, pubblicata, scopiazzata da un altro sito locale, con tanto di foto spixellata perché il suddetto sito usa immagini più piccole delle nostre.
Gli occhi di fuori, il fumo cominciava già a uscirmi dalle orecchie. Refresh, due o tre volte. Ma aggiornare la pagina non è servito a un bel niente.
Ho chiamato la Direttrice. “Scusa ma cosa dovrei fare, adesso?”.
“Mah, non so. Provo a rimaneggiare un po’ l’articolo in modo che non si veda che è copiato”, ha risposto.
“Ma perché l’hai pubblicato?”, ho domandato.
“Così… tanto per mettere qualcosa…”, ha detto.
“Rimaneggiare l’articolo… Mettere qualcosa…”, ho pensato nonostante la mente già annebbiata dal nervoso.
“Se hai scattato foto migliori, magari, sostituisci quella che ho messo io”, ha concluso.
Ho chiuso la cornetta con il mio solito, eccessivo savoir faire. Ho lasciato correre, come sempre. Io lavoro, al momento senza alcuna certezza salariale, e per giunta lavoro per niente. Tanto valeva restare lì, a sguazzare tra le ragazzine con i cuori al posto delle pupille. Perlomeno avrei reso felice la mia ragazza. Invece niente autografo. E niente articolo.
Mi domando il perché, ma io “non lo so”. Proprio come quel bimbo rompipalle che non sapeva chi fossero le Winx, le fatine che vanno tanto di moda tra le poppanti del nuovo millennio. A lui basterà chiedere a scuola, o magari rivolgersi a Google. A me, invece, non resta che ridere. Per non piangere.
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Impegnato tra un comunicato e una marchetta politica, i miei occhi si sono staccati dal monitor non appena è spuntata una certa figura sulla porta della redazione. La Stagista è tornata a farci un saluto. Baci e abbracci, un calore che in quel posto è una cosa più unica che rara.
Due parole appena, prima che se ne andasse di nuovo. Non sa cosa farne della sua vita, non ancora. O forse sì ma non lo vuole dire.
Che poi mi chiedo perché si debba aver sempre un obiettivo preciso, quando poi si finisce quasi sempre per riscaldare lavori e lavoretti precotti. Carriere preconfezionate, nel migliore dei casi.
Io, invece, in che direzione mi sto muovendo?
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“Come vanno le visite al sito?”, ho chiesto al Capo.
“Bene, dopo il solito calo dell’estate siamo tornati a regime”, ha risposto lui. Poi il lume di lucidità. “Però ieri ho parlato con delle persone… Mi hanno detto: il tuo giornale è interessante, ma mancano le notizie… Non c’è molto, oltre i copia-incolla…”. A metà tra la citazione e la riflessione, il Capo ha riportato le parole dei suoi misteriosi interlocutori, finendo per parlarmi di quello che secondo lui proprio non va.
“Basta – ha detto poco più tardi – non comprerò nemmeno più i giornali locali. Non c’è niente da leggere. Sempre tutti a dar voce ai politici… Qui ci vuole qualcuno che inizi ad andare in giro a cercare le notizie!”.
Non so se fosse una frecciatina per me, che di recente non ho potuto fare altro che “dare polmone” alla sua marchettosissima rivista. Ma di certo stamattina il Capo mi è parso più simpatico del solito. Si è parlato un po’, e finalmente mi sono trovato a condividere qualcuna delle sue lapidarie considerazioni. Peccato per il mea culpa che ancora non c’è, perché a poco serve il lamento, se poi non si trova una soluzione al problema.
Meglio star zitti. Io, in questo, sono fin troppo simile a lui.
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Corri di qua, corri di là. Oggi scadeva il giornale, nel senso che tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E’ la mia prima volta, e in bilico tra angoscia e eccitazione mi sento come un ragazzino che si prepara all’amore dopo averlo sempre soltanto immaginato.
Con la Stagista fuori dai giochi, era scontato che la Direttrice avrebbe affidato a me il grosso del lavoro. Lei è stata troppo impegnata a girare per sponsor, anche quando sarebbe ora di trincerarsi davanti al pc e chiudere tutto il lavoro in sospeso. Non mi è bastato vederla mangiare i suoi gnocchi fumanti davanti al monitor. Resto dell’idea che avrebbe potuto fare di più.
Ma il commerciale è il commerciale, senza quello non si campa. E probabilmente non sarei qui. Cioè lì. Insomma, in redazione. Il guaio è quando il commerciale finisce per eclissare, se non compromettere, la parte giornalistica del lavoro. Che poi è l’unica realmente di mio interesse.
Ma sto imparando a fregarmene. Ognuno lì dentro fa il suo gioco. Il mio, ora, consiste nel farmi il culo che gli altri non si fanno. E io partecipo, mi sono gettato con impegno e volontà. Faccio del mio meglio. In questi giorni sito e giornale contano su di me. Mi sono stati affibbiati pure tre articoli extra perché ci si è accorti che ci sono dei buchi nel menabò. Non ho un minuto libero, ma mi sento appagato. Anche se stanco.
Me ne frego, di nuovo. Oggi scadeva il giornale. Tutto il materiale doveva essere pronto per poi inviarlo allo studio grafico. E corri di qua, corri di là. Fa parte del mio ruolo di pedina all’interno del grande tabellone.
Peccato essere finito sulla casella dell’”imprevisto”, ma in fondo sarà mica colpa della Direttrice se ha cancellato dalla memory card della fotocamera la foto dell’intervistato più imboscato della provincia??
…
Lunedì mi tocca tornare sui monti. Lunedì, sì. Perché colei che ha pure negato il misfatto (nonostante sia stata lei a ripulire la memoria dell’aggeggio), ha detto che “ormai abbiamo sforato”. E che si può tranquillamente rimandare tutto all’inizio della prossima settimana.
Corri di qua, corri di là. Sono arrivato con l’affanno alla mia prima volta. Ma per ora sono andato in bianco, e non mi resta che questo fastidioso senso di ansia.
Da prestazione.
Mancata.
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Stiamo chiudendo il giornale. Provo per la prima volta la stessa ansia che i veri cronisti provano ogni santo giorno.
Mi domando come facciano a non essere tutti in analisi. O magari lo sono ma nessuno lo ammette.
Io invece faccio outing. Confesso: sono stressato. Ma da me è diverso. Da me è tutta colpa del piano b.
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Avete presente Fantozzi, con la sua libidine, la sua lingua fuori posto e quegli occhi allupati? Lo avete bene in mente? Bene. Ora focalizzatevi su di me. Pensatemi in mezzo a chili e chili di carne fresca (spero). Carne morta, ma… non tutta. C’erano anche le arzille tette della moglie del macellaio, e non erano neppure da sole. Pensate: c’era pure la moglie del macellaio!
E il macellaio, ma di quello chissenefrega?
Non mi permettono di fare il giornalista come, dove, quando e quanto vorrei, ma in compenso oggi ho rivalutato il mestiere del fotografo. Un bel lavoro. Che non si mangia e che non si usa per mangiare. Anche se oggi un po’ di fame mi è venuta. E di certo non per le salsicce secche.
Sono entrato nella bottega di Tano verso le 18. Sì, perché il macellaio ha pure un nome. Oltre a una moglie e alle sue due figlie. Della moglie. Esatto, proprio quelle due.
Mi sono presentato. “‘Sera – ho detto, facendo attenzione a scandire bene la “r” per non farla confondere con una consonante che avrebbe alterato pericolosamente il significato del mio saluto – sono qui per la foto.
Spero non si sia accorto, il buon vecchio Tano, che mentre parlavo i miei occhi stavano già cercando la carne. Quella viva, s’intende. Non so se la cosa sia passata inosservata, ma di certo il burbero “smazza cosciotti” mi ha guardato con sospetto. Però mi avevano messo in guardia: Tano fa così con tutte le persone di sesso maschile che entrano nel suo negozio. Suppongo non abbia mai accettato il compromesso tra i floridi affari che ha potuto fare finora, grazie alla sua consorte, e il prezzo da pagare. Quello di avere una moglie famosa, e non di certo per il suo Q.I..
Dicono che un giorno abbia preso a calci nel deretano uno dei suoi fornitori, dopo averlo scoperto a parlare con la sua donna di quanto bello fosse lo yacht di suo cugino, e di quanto quest’ultimo fosse disponibile a prestarglielo per eventuali gite di piacere.
Ma a me è andata bene. Il mio culo non ha fatto da punging ball ai poco delicati anfibi di Tano. Lui è massiccio, tozzo, barbuto. Tano, non il mio culo. Che però dev’essere piaciuto alla giovane e generosa tettona. Il mio culo, non Tano. Oddio, forse anche lui. Altrimenti non lo avrebbe sposato. A meno che il loro matrimonio non sia niente più che un accordo commerciale in cui lo sposo vende e la sposa allestisce la vetrina. Una camicetta semiaperta e il suo lavoro è finito. Le basta poco per diventare la testimonial ideale di ripieni e polpettoni.
Dicevo: la bella mi ha guardato le chiappe per diversi minuti. Io ho fatto una ventina di scatti, e stavo quasi per andarmene quando è arrivato il fornitore di cui sopra, quello col cugino “presta yacht”. Tano lo ha guardato in cagnesco e lo ho portato nella cella frigorifera. Credevo che la verifica delle scorte fosse una scusa per rinchiuderlo dentro. Pensavo di essere sul luogo di un omicidio. Ci pensate che scoop?
Invece il macellaio si è limitato a marcarlo a uomo, mentre la sua donna mi chiamva dicendomi: “Ehi, tu, fotografo… Sai che sei carino?”.
Tano deve aver installato due parabole di Sky al posto delle orecchie. Si è voltato verso di noi e mi ha guardato come farebbe Gattuso con l’avversario portatore di palla.
Io, per non perdere le mie e per non trasformare la macelleria in un mattatoio, mi sono affrettato a ringraziare la signora e a porgerle i miei omaggi. Fantozzi sì, ma mica scemo!
Questo lavoro è decisamente troppo pericoloso. Dovrebbero pagarmi l’indennità di rischio. Altrimenti dovrò stipulare un polizza anti-macellai.
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Tempo di saluti. Senza nemmeno potermi abituare all’idea, oggi la Stagista se n’è andata tra un “ciao” e un “arrivederci”. Tornerà a trovarci, dice. Le credo, anche perché non vedo per quale motivo non dovrebbe farlo. Lei è riuscita meglio di me a legare con il Capo e con la Direttrice. Abbiamo caratteri diversi, ma questo l’ho già detto. Questione di adattamento. Di atteggiamento mentale.
Io sto sbagliando qualcosa, ormai è chiaro. Eravamo come due partigiani, a fare resistenza in un ambiente che, in un certo senso, ci è abbastanza ostile. Un’opposizione contro la maggioranza al potere, non per numero ma per ruoli.
Eppure lei è entrata più di me in sintonia con chi di dovere. Devo ripensarmi. Da capo. Devo applicare nella realtà lo stesso tipo di sdrammatizzazione che riesco a mettere in atto quando racconto la mia tragicomica vita di redazione. Devo cominciare a divertirmi sul lavoro , per quanto possibile.
Lunedì, intanto, non mi annoierò di certo. O perlomeno non i miei ormoni. Mi è stato dato un incarico extragiornalistico (tanto per essere originali). Andrò a fotografare la moglie del macellaio più in voga della città. Anzi, la moglie più in voga tra quelle dei macellai della città. Dicono che sia la macelleria più amata dagli italiani, un po’ come la Scavolini per le cucine. Dagli italiani, nel senso di uomini italiani. Perché, senza nulla togliere al fascino di Lorella Cuccarini, sembrerebbe che la gentil signora ami esporre il proprio davanzale come fosse parte integrante della carne da banco.
Il motivo di questa commissione non richiede tanti chiarimenti. “La carne della tettona”, così i più bavosi hanno ribattezzato la macelleria in questione, è uno degli sponsor della nostra rivista. Inutile dire che fotografare le grazie della moglie del titolare, magari zoomandoci pure sopra, possa fare solo che bene alla popolarità di giornale e negoziante. Un po’ meno alla mia dignità professionale, ammesso che ne sia rimasta almeno l’ombra.
Ma non mi lamento. Sono pur sempre un uomo, diamine! Francamente non credo proprio di averla mai vista, questa donna. Non sono ancora entrato nel giro della spesa, se non per dare occasionalmente una mano a mia madre.
Ormai sono curioso. Lunedì andrò a fotografare “la carne della tettona”. Letteralmente.
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Sono solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Domani per lei è l’ultimo giorno in redazione. Poi tanti saluti. Si darà ad altre strade, ad altri percorsi di vita. Non è sicura di voler continuare nel giornalismo, lei si vede più adatta a posizioni più importanti, a profili più alti. Non si sente tagliata per lavorare alle dipendenze di qualcuno. Non sa proprio se continuare con questa professione. Preferisce organizzare eventi, crede. Coordinare persone e cose. Comandare. Lo ammette con tutto il candore che può. E io lo apprezzo, perché è meglio essere onesti, con se stessi e con gli altri, piuttosto che mentirsi e prendere per il culo tutti quanti. Compresi i propri sogni. Comprese quelle attitudini che si scoprono man mano. Mentre si inseguono ambizioni che, con il tempo, scopri essere poco più che preconcetti indotti da chissa chi. Come sparati per endovena. Ti scontri con la realtà e finisci per sentirti un pesce fuor d’acqua.
Lei lo ha capito, e ha reagito. Era questo il suo piano b. Il mio, da brava chioccia, lo sto ancora covando. Io, con i miei soliti tempi. Io, che sono stato definito “strutturalmente lento”, ieri mattina, da mio padre. Solo perché gli ho fatto notare che occuparmi il bagno per farsi la doccia quando sto per andare a lavoro e dovrei lavarmi i denti è una cosa abbastanza stupida.
Ma con il tempo si perde la ragione. Con il tempo si perdono anche le speranze. Svaniscono le illusioni. I castelli crollano. Ti accorgi che erano di sabbia e li vedi volare via col vento. Ma domani è un altro giorno, Rossella. L’ultimo per la Stagista e il primo per me, da uomo solo nella solitudine. Solo, più di Bobby. O di Ian. La Stagista se ne va. Ma queste cose le ho già dette. Sto diventando scemo.
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Il Capo mi chiama.
Temo mi voglia proporre la tessera del partito.
Invece no: novità contrattuali.
Niente praticantato.
In pratica, sono praticamente nullo.
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Dopo aver preso atto delle maialate (o dovrei dire porcate?) che si consumano tra la mia redazione e la politica locale, ho trascorso il week-end tra mettere a punto il mio “piano b” e riflettere sul mio futuro. Mi sono accorto di avere non dieci, non cento, ma mille perplessità sulla mia attuale condizione. I contro sono tanti, e ci mancava soltanto la strumentalizzazione politica. O quello che è. I pro, invece, mi sembrano scarseggino davvero. Non fosse perché una parte di me non riesce ancora a credere che io stia finalmente scrivendo per una testata registrata, penso proprio che mi sarei già attivato per cercare un’alternativa.
Anzi no, me la sono già trovata. Forse. Quasi. Non so. Però sono sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta. Nonostante i soliti, patetici dubbi che mi assalgono prima di ogni decisione importante.
E così è cominciata una nuova settimana di lavoro, quella cosa che non si mangia e che non si usa per mangiare. Che poi basta parlare di cibo come fossi un bulimico inespresso! Sono nauseato dai discorsi su snack e fuori pasto, su pance che crescono di fronte a monitor al plasmon. Come li chiama mio padre, neanche fossero biscotti per bambini. Oddio, sto parlando ancora di cibo!!
Settimana nuova, vita nuova. Anzi vecchia, anche se non mi sembra affatto. Mi sono disabituato a vedere il Capo e la Direttrice simultaneamente nella stessa stanza. Ma ora che il Capo è tornato, ora che le ferie sono state archiviate (perlomeno da chi le ha fatte), mi dovrò riabituare a questo sovraffollamento all’interno della redazione. Io, la Stagista, il Capo, la Direttrice. Quattro anime tormentate tra le stesse mura. Insieme, come in una sit-com di serie z. Ma per poco, ancora per poco. Poi qualcosa cambierà, vero Stagista?
