Le fatiche di KronaKus


Pronto, chi parla?

Nelle redazioni è tempo di magra. In quelle piccole, certo. In quelle in cui lo spirito giornalistico se n’è andato, oppure non c’è mai stato. Non ci sono nemmeno i copia-incolla da fare, di comunicati non v’è traccia. Gli uffici stampa saranno andati in ferie, a eccezione di chi deve promuovere gli eventi e le manifestazioni di questa fine estate.
Eggià, siamo agli ultimi fuochi. Fine del mare, del sole, della spiaggia. Almeno per un altro anno.

Un anno… Chissà cosa farò tra un anno? Sarò ancora qui a fingere di fare il lavoro che mi piace mentre ne faccio uno che non mi piace? Farò ancora tutti questi bei copia-incolla? O magari no, farò di meglio. Faro la centralinista. Sì, “la”, perché le donne lo sanno fare meglio. La centralinista, intendo. Sono più persuasive, con le donne ma soprattutto con gli uomini. Chissà perché. Chissà com’è. E poi dicono che tutto giri attorno ai soldi. Sarà anche vero, ma c’è qualcosa che “tira” di più. Ma vabbè, io sono troppo fine per specificare cosa. Che poi chi lavora nei call center deve essere innanzitutto cordiale ed educato. Non si dicono certe parole, su! E io devo esercitarmi nella mia nuova professione: il centr… ops, “la” centralinista, appunto.

No, non sono impazzito. Stavo spulciando il giornale del giorno per cercare di inventarmi il pomeriggio, per non farmi impartire ordini scomodi, per non farmi dare incarichi noiosi o troppo politicizzati. Un rischio che voglio correre il meno possibile, non si sa mai cosa mi esca fuori. Rischio la radiazione dall’albo dei non-ancora-giornalisti e dall’Ordine dei precari².
Ma non ho fatto in tempo. Giusto quei pochi secondi per aprire il giornale, e la Direttrice entra, con la sua solita ora di ritardo, con sulla bocca le sue belle indicazioni da darmi. Ancora prima del “ciao”, ovvio.
“Sai cosa potresti fare, oggi? – mi dice – Telefonare a tutti i nostri sponsor e sentire se gli è arrivato il giornale”. Vorrei scappare. Dalla porta, non dalla finestra. Perché dal terzo piano potrebbe essere doloroso, ma soprattutto perché da dietro quella fottuta porta potrò verificare se non abbia in chissà quale modo sbagliato ingresso. Spero di essere finito erroneamente negli uffici di una quelle aziende che telefonano ogni santo giorno per chiederti se vuoi cambiare tariffa. Come se a ogni rotazione della Terra uno potesse aver cambiato idea dopo il “no” scocciato di ventiquattro ore prima, un “no” che di volta in volta si fa misteriosamente sempre più brusco. Fino a che non arrivi al punto che la tariffa non hai più bisogno di cambiarla. Con il telefono incastrato nello sciacquone del cesso mi sembrerebbe, francamente, un’inutile perdita di tempo.

Ma no, nessun errore, se non la mia solita inopportunità spazio-temporale. Perché vorrei e dovrei essere altrove, in altri luoghi e in altri tempi. Non in un call center che call center non è, a fare il centralinista, io che centralinista non sono. Eppure è questo l’inghippo di chi fa il giornalista per una società di comunicazione, ragione che spiega come il lavoro prettamente giornalistico finisca così spesso alle ortiche. Quella del Capo è una ditta che fa informazione (o presunta tale) sia nel web che su un mensile cartaceo, una rivista che lo stesso editore di YourTv si è sentito in dovere di apostrofare come “marchettara”. Proprio lui che campa di pubblicità, esattamente come noi e tutte le altre redazioni. La cosa non mi scandalizzerebbe, non fosse per il fatto che certe mansioni di natura commerciale non erano tra gli accordi previsti. Né tantomeno fanno parte del mio modo di essere.

Inizio, così, a chiamare tutti gli sponsor che danno il pane a chi mi fa lavorare. A loro, non a me, dato che non si è ancora parlato né dei miei eventuali soldi né tantomeno della mia situazione lavorativa. Verifico che a tutti sia arrivato il giornale. Dato che da quest’ultimo numero ci si è affidati a un nuovo distributore, è inutile dire che alcuni tra i più magnanimi negozianti del centro non l’hanno ancora ricevuto, nonostante sia uscito da quasi un mese.
Tralasciando i dettagli sulle imprecazioni della Direttrice, appare fin troppo scontato che sia toccato a me partire dalla redazione per consegnare a mano le beneamate copie che non sono mai arrivate a destinazione. Imbraccio le mie ottantacinque copie, e rischio subito che mi precipitino a terra. Così le chiedo: “Posso mica avere una busta o qualcosa del genere?”. La Direttrice stacca gli occhi dal suo monitor saturo di numeri e dati relativi alle fatture non pagate dei creditori, mi guarda negli occhi, fissa un attimo la pila di giornali e torna a guardare il suo bel monitor. Per poi dire: “No, le puoi portare a mano”.
Esco addirittura salutandola. Un giorno Dio mi spiegherà perché mi ha fatto così buono. Sempre che sia questo l’aggettivo più adatto per definirmi.