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Terzo giorno di lavoro (ho scoperto che non ha niente a che fare con le posate, mah…). Terzo, forse l’ultimo. Ho il sospetto di aver azzardato una mossa sbagliata, di aver fatto una brutta impressione sul Capo. Di essermi mostrato interessato più al contratto che al mestiere. E lui è un tipo tosto. Ho capito che vigila costantemente, che ti mette alla prova. Soprattutto quando ancora non ti conosce, quando non è il caso di fare certi “scivoloni”. E io sono scivolato di brutto.
Nel pomeriggio mi ha chiamato nel suo ufficio per discutere della mia posizione. Ora come ora direi si tratti di una “pecorina”. Metaforicamente parlando, s’intende.
Fare una sintesi è fin troppo facile: non si sa ancora nulla di preciso. Nessuno gli aveva mai espresso il desiderio di fare un percorso da praticante, strada maestra verso il professionismo con la “p” maiuscola. Anche se il professionismo, al contrario di Internet, non è un dio. Non, ancora perlomeno. Perché il praticantato, proprio come Dio, c’è ma non si vede. O se non c’è, è bello credere che ci sia.
Ma dicevo: il consulente del lavoro si è rivolto direttamente all’Ordine dei giornalisti, e io resto in attesa di una risposta. Così, tra una parola e l’altra il Capo mi ha chiesto: “Continui a venire in redazione o preferisci aspettare di sapere qualcosa di certo?”. Io che sono un fanatico del mare, ho i muratori che mi stanno sconquassando la casa, il regalo per mia morosa da comprare per il suo imminente compleanno… Ho voluto pensarci per mezzora, per poi rispondere: “Ok, aspetto la tua chiamata”.
…
“Volevo vedere quanto fossi realmente interessato a questo lavoro”, ha risposto gelandomi. Il cuore è impazzito, neanche mi fossi innamorato di colpo. Sono tornato al computer con la coda tra le gambe. Le stesse gambe tra le gambe. Tutte e tre. Sono tornato sul mio pezzo (ops, comunicato) con le mani sulla tastiera e la testa in confusione. E la coda tra le gambe. E le gambe tra le gambe. Sì, tutte e tre. Zero concentrazione, e tanta paura di star rovinando quella che stava già suonando come una grande opportunità. Piccola, come piccola è la nostra redazione, ma grande come è grande la fortuna di poter fare un praticantato. O anche solo scrivere su una “testata registrata” e poter firmare i propri pezzi. Ma in quel momento gli unici pezzi nei paraggi erano i miei pensieri sparsi per la stanza. Dovevo fare qualcosa.
Il Capo esce, io resto solo con la Direttrice. Ottima occasione per un tête-à-tête, ma in quel momento la mia tête l’avrei tanto voluta sbattere contro il muro. Così come la mia coda e le mie gambe. Tutte e tre. Che poi, la terza non si sarebbe neppure persa chissà che.
Decisamente pentito per la mia scelta, dovevo inventarmi assolutamente qualcosa per uscire dal casino che avevo appena combinato. Mi sentivo come un presidente non ancora eletto che è già alle prese con l’impeachment. “Gli lascio un bigliettino per quando torna”, ho pensato. Ma no, non mi sono convinto.
Così due minuti fa gli ho scritto un sms. “Tornando a casa ho saputo che i muratori domani non verranno, per via di un altro lavoro. Dunque ci vediamo regolarmente in redazione. A domani”.
I muratori ci saranno, dovranno fare a meno di me se ne avranno bisogno. Come io dovrò fare a meno del mare. Di cui certamente avrei bisogno già da adesso. Al regalo penserò sul tardi, una volta uscito da lavoro. Ah, ho capito! Allora il lavoro è un luogo, una stanza, una porta da cui entrare e uscire!
…
Spero non mi cambino la serratura durante la notte…
Per ora nessuna risposta, solo il sospetto di aver mandato tutto a puttane con una puttanata.
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In redazione regna la mania dei comunicati stampa. Si ricevono via e-mail, si leggono, si fa copia-incolla, si impaginano, si ricontrollano, si inseriscono le immagini (prese sempre dal comunicato), si da l’ok. Sembra un processo lungo e laborioso, in realtà è una sciocchezza.
Ma mi domando che giornalismo sia questo. L’annuncio diceva “cercasi stagista per lo svolgimento di un’attività giornalistica”. Bene. Ci siamo. Forse. Per ora direi di no. Per ora sono poco più di un correttore di bozze. Eppure il Capo era stato chiaro: “Io voglio persone che vengano qua a imparare tutti gli aspetti che fanno partedi questo mestiere”. Bene. Ci siamo. Forse. Si parte dal basso. E’ giusto così.
In fondo sono solo uno stagista al suo secondo giorno. Anzi no, non sono neppure quello. Non è ancora chiaro in che modo verrò inserito in redazione. La Stagista, lo dice il nome, è già una stagista. Io no. Io, durante il colloquio, mi sono azzardato a parlare di quella grande chimera dei nostri tempi chiamata “praticantato”. Beh, il grande Capo si è mostrato disponibile. “Farò tutto il necessario”, ha detto.
Quindi eccomi qua, in stand-by, in attesa che consulenti del lavoro e commercialisti facciano il loro lavoro. Sì, proprio quella cosa che non si mangia, ma che senza di essa non si può mangiare. Sarà mica un nuovo tipo di posata?
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Formazione. Di martedì. Che senso ha fare “formazione” di martedì? Per fortuna non sono stato lì come uno scemo, fermo, a sentirmi dire come si scrive un articolo giornalistico. Io lo so come si scrive. O perlomeno credo di saperlo.
Per fortuna oggi ci hanno spiegato ben altro, a me e alla Stagista. Come entrare in redazione, innanzitutto. No, non ci hanno spiegato come aprire la porta degli uffici, bensì come accedere ai form da compilare per aggiornare il sito. Si lavora in rete. E’ tutto lì, nel magico mondo del web. Pare che oggi non si possa fare a meno di Internet, che sia diventato troppo importante… Ecco, al punto da usare l’iniziale maiuscola quando lo si nomina. Mentre la tv è la tv, la radio è la radio e il giornale è il giornale. Tutto minuscolo, tutto normale. Internet no. Qualcuno mi deve dire perché.
E’ stata una mattinata molto “tecnica”. Ho preso parecchi appunti, in modo che nessuno un giorno possa dirmi che non li ho presi, che non sono preparato. Sembra tutto abbastanza facile. E’ un buon inizio. Il Capo è intraprendente, la Direttrice ha un fare vivace. E’ un pregio? Non lo so, però è una ritardataria. Abbiamo già qualcosa in comune. La Stagista, invece, è una di quelle ragazze sfrontate. Simpatiche ma sfrontate. Ho l’impressione che sia una di quelle persone che ti dice le cose in faccia, che ti tira addosso tutto quello che sei. Da domani vado in redazione col casco, non si sa mai.
Mi piace, poi, che appena arrivati abbiamo già la possibilità di gestire il sito dall’interfaccia, di prendere da subito delle decisioni importanti. Il Capo ha registrato noi new entries nel sistema come fossimo già dei giornalisti. Abbiamo una dose di autonomia che oggi non è merce rara. Rarissima.
Solo un appunto. Stare attenti alle notizie di politica, magari scrivendo i “pezzi” ma poi lasciandoli salvati in “bozze”. In modo che chi di dovere possa leggerli prima di autorizzarne la pubblicazione. Giusto. Giustissimo. Solo che per spiegarcelo il Capo ha detto: “Mi raccomando, la politica è un campo minato. Occhi aperti soprattutto verso i comunicati che arrivano dall’opposizione. Ad esempio: noi per fortuna abbiamo un’amministrazione comunale di…”.
Prego?
Per fortuna?
Oddio. Mi sa che il Capo “tifa” per il Mister. E solo Dio sa cosa significa scrivere per un giornale che ha un orientamento politico diverso dal tuo. Solo Dio lo sa. Ma credo che lo scoprirò presto pure io.
Dio. Scritto maiuscolo. Allora Internet è il nostro nuovo Dio!
Aiuto.
Oggi, intanto, tutti i giornali parlano del decreto “anti precari” voluto da alcuni dei politici al governo. Mi domando quali saranno le conseguenze. Dicono che la questione riguarderà soprattutto i (non ancora) dipendenti delle Poste. Bene. La cosa non mi tocca. Non perché io non sia un (non ancora) dipendente delle Poste, ma perché al momento sono appena un (non ancora) precario. Un precario precario. Un precario².
Aiuto,
Anzi, aiuto².
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Sono nato per scrivere, o forse è la scrittura che è nata per me. Perché qualcuno sapeva che mi sarebbe servito un mezzo, per fare e per dire qualcosa. Così è nato il linguaggio, prima parlato, poi scritto. Così è nata la scrittura, ora lo sapete. Grazie a me, oggi avete imparato qualcosa. Sono 10 euro grazie. Domani devo andare a lavoro (il mio vero lavoro, oltre a quello di insegnarvi le cose!), e mi servono 10 euro per fare benzina. Non è lontana, la redazione. Sono io che sono squattrinato, e la “carriera” che mi accingo a iniziare non cambierà il mio status economico. Perlomeno non in questa era geologica, non con questa integrità morale e psichica. Non con questa gambe dritte e questo culo stretto. Il giornalismo è una vita di sacrifici. Per la mente e per la morale, per le gambe e per il culo. Che bisogna farsi ma che, possibilmente, non bisogna farsi fare. Dicono faccia male.
Domani inizio a scrivere per un sito di informazione locale. Senza un contratto definito. Diciamo pure senza contratto. Domani inizio a scrivere per lavoro, io che il lavoro lo conosco solo per sentito dire. Dicono non sia una cosa che si mangia, ma dicono anche che non si mangia senza lavoro.
Mi sfugge qualcosa.
Fatemi le condoglianze.
