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Me ne vado con una valigia carica di pensieri irrisolti. Che pesa, pesa tanto. In questi due mesi ho accumulato molto, ora inizia la fase dello smaltimento. Per il momento mi sento saturo, sento la finta nostalgia di un passaggio obbligato che in fondo non mi dispiace affatto.
Da domani torno a casa. A casa mia. Per due mesi sarò un giornalista in panciolle, a fare la raccolta differenziata delle idee e dei propositi più o meno buoni. Separerò la carta dall’organico. Il giornalismo vero dalla merda. E mi arroterò le unghie per il futuro.
Cercherò un obiettivo. Poi mirare. Puntare. Fuoco.
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“Senti ma alla fine di questi due mesi che idea ti sei fatto di noi?, mi ha chiesto la Capa come un fulmine a ciel sereno prima di andarsi a fumare la sua quottordicimilionesima sigaretta. “Siamo pazzi come sembriamo?”.
“Ma no!”, ho risposto io tra l’imbarazzo e la diplomazia. Ma mi sembrava di essere stato troppo sbrigativo. Troppo sintetico, anche per un giornalista d’agenzia. Così ho voluto fare “un due” alla mia risposta. “Siete solo un po’eccentrici!”.
Silenzio.
“Ah, siamo eccentrici?”
“Mah, un po’ sì”, ho ribadito sorridendo, ma con il mezzo sospetto di aver appena fatto una cazzata.
“Hai sentito, tu? – ha chiesto la Capa a uno dell’economico a cui dà spesso da dire – ha detto che sei eccentrico!”.
Ecco. Avevo fatto una cazzata.
“Ma no! – sono intervenuto io cercando di riparare – E poi dicevo nel senso che si scherza molto, ma va bene così. Si lavora meglio…”. E lì ho capito che da grande non farò mai l’ambasciatore.
La cosa è finita tra rimpallini reciproci e mezze risposte di chi tiene un neurone sul lavoro e uno sulle stupidaggini che gli gravitano intorno. E tra occhialini rivolti a me. Soprattutto quando la Capa mi ha chiesto di dirle chi fosse il più stronzo tra loro. Una domanda che non pretendeva risposta, e che tantomeno l’avrebbe avuta. Che poi di stronzi non ne ho trovati. Solo tanta apatia.
Siate eccentrici, cari colleghi a tempo determinato. Siate eccentrici e scherzate tanto, che vi fa bene. Prendetevi in giro e punzecchiatevi con amore. Che a qualcosa, in fondo, dovrete pur aggrapparvi.
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“Domani finisciiii?!”
Una domanda, un coro semiurlato. Una risposta che mi aspettavo come la cacca dopo mangiato.
Mi ero alzato, sicuro che nessuno si ricordasse che giorno fosse. Che nessuno si ricordasse che domani finisce il mese, e di conseguenza il mio stage.
“Qualcuno di voi sa chi è il mio tutor?”, ho chiesto a voce alta davanti a tutti e tre i capi dell’economico. E non solo loro.
“Tutor?”, mi ha domandato la Capa.
“Sì, perché in teoria ci dovrebbe essere, anche se non ho capito chi sia…”, ho ribattuto. “Visto che domani finisco, e avrei questo modulo da…”.
E lì è partito il coro. “Domani finisciiii?!”.
“Eh sì, sono due mesi…”, ho detto io.
“Di già?”, mi ha fatto la “capa”.
“Il tempo vola”, ha stigmatizzato il Terzo Capo, quello di cui ho parlato poco, ma quello con cui forse mi sono trovato meglio.
“Lascia qua che te lo compilo io”, ha fatto lei.
L’ho ringraziata e sono tornato a sedermi. Poi ho spiegato che è l’Ordine che ci vieta di fare stage a luglio e agosto.
“Perché?”, mi chiede la Capa.
“Per non togliere il posto agli altri”, risponde giustamente il Terzo Capo.
“Mm-mm, è così da quest’anno”, ho annuito io.
Poco dopo il Terzo Capo se n’è andato. Da domani si fa una settimana di ferie, con destinazione chissà dove. Ci siamo fatti un saluto dalla porta, come se fosse un giorno qualunque. O si era già scordato che al suo ritorno non ci saremmo rivisti, oppure sono io che amo troppo i convenevoli.
Pazienza. Domani finisco. Domani smetto.
Ed è quasi cin cin.
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“Non mi funziona questo cazzo di coso!!!”, ha gridato la “capa” dell’economico. “Penso che anche la Gazzetta di Torrecannuzza abbia un sistema internet migliore di questo!!”. Stava aggiornando il sito, lei che può, ma non le funzionava nulla. Aveva preparato il pezzo, messo tutto in pagina. Ma cliccando su “pubblica” non compariva nulla. Doveva ricominciare da capo. Ed è scoppiata, nonostante sia appena tornata da una settimana di ferie. “Lo fanno per farti venire l’esaurimento nervoso!”, ha detto.
“No. E’ una prova di santità”, ha commentato il simpaticone che giorni fa è stato zittito dal Mutandaro perché voleva fare un lavoro assegnato a me. “La fanno pure al Vaticano”.
Io che santo non sono, dico che va bene così. Che non ho fatto online in questa redazione un po’ sgangherata. Un po’, perché sono un inguaribile ottimista.
Meglio così. Meglio aver fatto agenzia nell’ultimo periodo che aver perso due mesi a fare copia-incolla sul web che il sistema di impaginazione del sito si rifiuta pure di accettare.
E come dargli torto?
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“Senti, domani ci sarebbe questa cosa qua…”. Il Mutandaro mi stava porgendo un altro lavoro su un piatto d’argento. Un piatto pesante, ma non me ne sono accorto subito. Il foglio che illustrava la conferenza stampa parlava chiaro, cioè che sarebbe durata dalle 8 45 alle 17 30. Che poi non era una conferenza stampa, ma un convegno. Quasi nove ore di dibattito sulla crisi.
Uuna flebo, grazie.
“Cazzuto!”, mi ha detto il Mutandaro.
“Eh?”, ho ribattuto io che ero troppo intento a leggermi il foglio per sentire bene.
“Cazzutoo!!”, ha urlacchiato lui con il suo solito mezzo ghigno.
Stava cercando di motivarmi. “E’ una cosa importante – ha precisato – …ok?!”.
“Sì!”, gli ho risposto io ostentando sicurezza. Una mezza sicurezza, come il suo ghigno. Perché si sarebbe comunque trattato di gestire informazioni provenienti da discorsi presumibilmente fuori dalla mia portata.
Era qualche giorno fa. Poi è andata bene, ma il senso di inutilità mi è rimasto dentro. Leggero. Mitigato dalla consapevolezza che comunque stavo comunque facendo il mio lavoro. E il problema, forse, è proprio quello.
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Colpo grosso nella Città delle Pizze Gommose. Colpo grosso, sì, ma senza le donnine di Umberto Smaila. Colpo grosso per me, che all’improvviso mi sono ritrovato alla mia prima uscita per questa favolosa agenzia. Alla prima, e subito dopo alla seconda. E alla terza. In soli due giorni.
Eh già, sono stato alla mia prima conferenza stampa in questa città, la prima in veste di stagista. Il primo stagista di online che va alle conferenze stampa per fare lavoro di agenzia. Ma questa è un’altra storia. Un capitolo chiuso, direi. Mentre in questi giorni se n’è aperto un altro, anche se non durerà tanto. Ridendo poco e scherzando ancora meno, siamo quasi arrivati al capolinea. Martedì prossimo finisce il mio stage. Poi me ne tornerò al mio amato mare. Martedì si chiude un cerchio, in attesa che se ne apra un altro.
Ho tante cose da dire, ma anche tante cose da fare. Per questo, per ora, passo e chiudo. Oggi pomeriggio ho un’altra conferenza stampa, mentre nell’attesa mi aspetta un po’ di (mal)sano desk. Il dovere mi chiama. E io gli posso finalmente rispondere.
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“KronaKus, mi fai questo commento di Cazzola sui dati Ocse?”, mi ha domandato il capo. Quello delle mutande, sì.
“Se vuoi lo faccio io”, è intervenuto un altro dell’economico. Uno grande. Uno che è lì da tempo. Uno, insomma, che potrebbe anche farsi gli affari suoi.
“No no”, gli risponde il capo.
“Eh?”, ribatte lui.
“No, reggimi! Sta’ buono, sei arrivato adesso. Sta’ tranquillo”, gli ha risposto il Mutandaro.
Reggimi.
Reggimi cosa?
Il gioco, forse?
Mentre assistevo a quella scena mi son sentito un mendicante. Con tutto rispetto per i mendicanti, ma non è questo che volevo. Elemosinare qualcosa da fare per non sentirmi nullo. Inutile. Vuoto.
Ho apprezzato che il Mutandaro abbia cercato di dirottare su di me quel misero lavoretto. Un lavoretto da non più di cinque o sei minuti. E se c’ho messo così tanto è solo perché sono pignolo io.
E ha fatto bene, il Mutandaro. Perché ha pensato bene di sfruttarlo, questo stagista. Sfruttarlo nel senso buono. Facendolo lavorare. Che in fondo è per questo che sono qui. Ma in fondo, eh!
Però che ci sia un gioco da reggere, che si sia arrivati a questo.. Non so, mi viene da sorridere. Ci manca solo il rimpallino dei comunicati, poi possiamo anche fare le olimpiadi dell’agenzia.
Meglio sorridere, già. E mentre loro si reggono il gioco, mi domando le mie palle chi le reggerà. Se non loro, sì. Sempre loro. Le mie solite amate mutande.
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“Toh, va! C’è anche KronaKus”, ha detto il capo dell’economico dopo essersi stiracchiato con i suoi soliti esercizi di simil stretching. Più simil che stretching.
E dire che l’avevo pure salutato.
“E mi avevi pure salutato, vero?”. Oh, meno male.
Ora che le sue sinapsi l’hanno finalmente reso cosciente della mia presenza, mi aspetto che mi dia un po’ di lavoro da fare. Così la smetterò di cazzeggiare al computer. Di stare su facebook a coltivare le mie public relations. E di cambiare schermata ogni volta che si avvicina qualcuno. Tengo sempre il sito dell’agenzia aperto. All’occorrenza mi basta un click per fare almeno finta di informarmi. E di seguire quello che fanno qua dentro.
Che poi il capo dell’economico, lo stesso che si è accorto tardivamente della mia presenza, è un tipo alla mano. Pure troppo. Ma ha una specie di ansia che non saprei definire. Sembra tranquillo, eppure quando parla al telefono sembra fare le vasche per il corso. Lo struscio più selvaggio. Va di qua e di là, e finisce puntualmente da me senza una vera ragione. E io lì, a cliccare a casaccio per non far vedere che sto lì ad aggiornare un blog in cui parlo e sparlo di loro. E che perdo tempo, anche se quella non è proprio colpa mia.
“Abbi pazienza, ho più di quarant’anni”, si è giustificato lui con il suo solito sarcasmo per il fatto di avermi visto solo ora. Anche se mi aveva visto pure prima.
“Beh, quarant’anni sono un po’ pochi per usarla come scusa”, ho risposto io con un sorriso. Perché è meglio ridere che piangere. Qua è meglio provare a empatizzare con le persone che mi circondano. In fondo lui, con me, lo ha già fatto. La seconda settimana è successo che me ne stavo seduto con la schiena troppo in avanti, e dai jeans mi si intravedevano le mutande. A un certo punto ho sentito una mano alzarmi la maglietta, da dietro. Era lui, il capo dell’economico, il quarantenne distratto.
“Volevo vedere che mutande porti”, ha detto il burlone.
Per me va bene, mi piace questa voglia di interagire. E di scherzare. Mi sta bene che mi si guardi pure che mutande porto, se serve a per rompere un ghiaccio che dopo più di un mese e mezzo non si è ancora sciolto.
L’importante è che nessuno s’interessi anche al loro contenuto.
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“L’avete vista la partita dell’Italia, ieri?”. ha chiesto l’Energumeno ai capi dell’economico.
“Sì sì”, hanno risposto loro.
“Io ho pure litigato con mio figlio di sei anni che voleva vedere un’altra cosa”, ha aggiunto uno dei due. “C’è stato un conflitto ideologico”. Ha riso. “Ma poi gli ho fatto vedere «L’era glaciale» ed è stato contento”.
Spero per lui che fosse il cartone, non la trasmissione della Bignardi. Che mi piace, per carità. Ma un bambino non potrebbe che dormirci davanti. E a bocca aperta.
“E tu cos’hai visto, ieri sera?”, ha chiesto l’Energumeno rivolgendosi a me.
Ho dovuto pensarci un po’. Oggi ho un sonno debilitante, ho dormito meno di quattro ore e mi sento decisamente a terra. La concentrazione ce l’ho sotto le scarpe.
“Niente, ieri sera non ho visto niente”, ho risposto.
“Ah – ha ribattuto lui – allora hai trombato!”. E se n’è uscito con il più classico dei gesti. Palmo della mano rivolto verso il basso. Dita socchiuse ma con pollice sparato fuori. Polso serrato. E movimento verticale dell’avambraccio.
Poi si è girato e si messo a parlottare sotto voce con uno dei più giovani dell’economico. Indicando me.
Io ho reagito con una risatina. Perché avrà pure una gran faccia da culo, ma l’Energumeno un po’ di perspicacia ce l’ha. Non vedo perché negare, visto che ha indovinato. Come ho già detto, questo weekend il tempo ha fatto schifo. Di andare al mare non se ne parlava proprio. Un povero aspirante cronista dovrà pur fare qualcosa per scacciare i dispiaceri!
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Un uomo ha bisogno di stimoli. In tutti i sensi. Un uomo ha bisogno di fare qualcosa perché ne ha voglia. Voglia davvero. Perché deve crederci, deve credere in quello che fa.
A un uomo servono incentivi. Economici, sì. Anche. Ma qui non è questione di soldi. Qui a essere deluse sono le aspettative di chi questo mondo, quello del giornalismo, lo conosceva solo da fuori.
E’ da tempo, ormai, che sto dietro a questo mestiere. Che lo inseguo come un cane fa con un motorino in corsa. Ci prova, magari si diverte pure. Ma non lo prenderà mai. E’ da tempo, già, che gli faccio la fuga. E so di essere in una fase intermedia in cui non posso pretendere che una cosa. Una soltanto. Imparare.
Ora qualcuno mi dica cosa posso imparare qua, se non ad annusare l’aria che si respira dentro una redazione. Una di quelle grandi, ok, ma in cui non conti nulla. Che poi nessuno vuole ancora contare chissà quanto. Qua io sono zero, e zero devo essere. Altrimenti non sarei lo stagista che si prende le fregature, ma sarei direttamente io, il caporedattore centrale che prima t’illude e poi ti calpesta le poche speranze rimaste.
Qualcuno mi parla di disorganizzazione, e ha ragione. In pieno. Ma manca qualcosa. Non è tutto lì. C’è dell’altro sì. C’è la superficialità. Quasi come se stessimo giocando. Quasi come se dare a un aspirante giornalista un’occasione per formarsi sia poco più che una barzelletta.
E io son qua, demotivato. A piangermi addosso. Anzi, a piangere sul latte versato. Versato da altri.
Son qua, a domandarmi cosa farmene dei giorni rimasti. Di certo non starò lì a incazzarmi, non ho più voglia nemmeno di quello.
Stanno spegnendo la mia buona volontà. Qui ci vorrebbe un cambio di passo.
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Per fortuna che poi c’è il fine settimana. Per fortuna che dopo il venerdì viene il sabato, e puoi affogare le delusioni nell’alcol. O affogarle nel mare.
Peccato che non faccia sbornie da mesi. Peccato che fuori ci siano Noè e il suo bestiame variegato che cercano salvezza dal diluvio universale.
Peccato che ormai sia abbastanza grande da saper liquidare il tutto con un laconico “’sti cazzi”.
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“Mi scusi, avrei bisogno dei dati di accesso al sistema per poter lavorare al sito..”, ho chiesto ieri mattina al caporedattore centrale, quello che si era adoperato per farmi istruire sul lavoro online che si fa in questa redazione.
“Ah – ha risposto – ma non so mica se te le possiamo dare..”
“Ah no?”, ho ribattuto io sempre più perplesso.
“Eh, sai, quelle non lo possiamo dare così..”
“Ma sono uniche? Non si può creare un profilo personale per me, un account che poi cancellate quando me ne vado?”
“Eh no, i dati di accesso sono uguali per tutti. Comunque chiedo”.
Avevo già capito che non c’erano speranze. Avevo già capito di essere condannato all’agenzia. Niente online per me, lì dentro. E poi ridendo e scherzando – anche se è stato più un “piangendo e sdrammatizzando” – il mio brevissimo stage si avvia già alla fine.
Avevo capito, e avevo capito bene.
“Mi dispiace – mi ha detto il caporedattore verso metà pomeriggio – ho parlato con i piani alti per la questione dei dati d’accesso. Mi hanno risposto come se fossi scemo. Mi dispiace ma non si può fare”.
Bingo. Fanculo.
“Magari potresti stare a vedere come lavorano gli altri…”, ha concluso.
Magari un paio di palle. Già con il tipo di lavoro online che si fa qua dentro, il mio tasso di “giornalisticità” – anche se non si dice – sarebbe stato ai minimi storici. Se poi devo addirittura stare a vedere, beh, ditemelo prima. Così la prossima volta mi porto pure i pop corn.
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Mi ero rassegnato, ormai. Il mio futuro, qua dentro, sarebbe stata inevitabilmente l’agenzia. Non ha senso che mi metta a fare i copia-incolla per loro. Sono qui per imparare un mestiere, non per cazzeggiare. Perciò avevo appurato che il mio stage, quello che avevo richiesto, quello online, era andato a puttane. E quindi avevo deciso di mandarcelo, a puttane, ma non coi miei soldi. Perché io avevo deciso di investire su un’altra cosa. Su un tipo di giornalismo che non mi ha mai conquistato. Ma se agenzia dev’essere, agenzia sarà.
Meglio di niente.
Ma ieri mattina mi si è avvicinato uno dei capi. Uno dei capi dei capi. Se ho capito bene, uno dei capiredattori centrali. Uno di quelli che comanda, e che comanda parecchio.
“Fra poco verrà una persona a insegnarti alcune cose sull’online. Ti farà vedere un po’ come si lavora al portale, qual è il sistema editoriale.. Queste cose qua”, ha detto. Ma a me quelle cose là non piacciono. Mi stavano spingendo dentro la trappola del copia-incolla, e lo stavano facendo con entrambe le mani.
“Così potrai dare una mano anche tu con il sito”. Meglio. Dare una mano mi sta bene. Prendere dimestichezza con certi meccanismi può comunque servirmi per un futuro. L’importante è che non debba fare solo quello. Mi sta bene se sarà un mix di online, per quanto estremamente limitativo, e di agenzia.
Meglio di niente.
Tempo venti minuti, ed ecco arrivare una ragazza. Credo avesse circa una trentacinquina d’anni. Capelli mossi e mori. Slanciata. Snella. Particolarmente abbronzata, forse pure troppo. Insomma, una gnocca. Quella che non avevo trovato nell’ufficio della responsabile del personale. Quella che invece era lì davanti a me. Anzi di fianco, anche se detta così pare che ci siamo ripassati mezzo kamasutra. Invece siamo stati un paio d’ore al computer, con lei che m’istruiva e con me che tenevo un’occhio sullo schermo e uno su di lei. Lo strabismo del cronista arrapato.
Ma io sono e resto una persona moderata. Uso le parole come spade, ma agisco quasi sempre di fioretto. Sono stato professionale come lo è stata lei. E poi sono mezzo ammogliato. Va bene così.
Ci siamo visti come inserire i testi. Come titolare facendo attenzione a non sforare su due righe. Dove prendere le immagini e come caricarle nel giusto formato. E come non fare cazzate, perché questo sistema editoriale sembra fatto da un hacker in stato di ebbrezza, e a scombinare la home page ci vuole meno di niente. Si vede che qua dentro sono tutti amanti del buon vino, dai tecnici a quel burlone del direttore con le sue firme distratte.
Due ore a prendere appunti, poi lei mi ha detto: “Mi sa che abbiamo visto tutto. Adesso però ti servirebbero i dati di accesso, ma io non posso darteli. Chiedili al caporedattore centrale, ok?”.
Certo, li chiederò. Anche se non so quanto mi potrà veramente servire tutto questo. Però intanto ho passato un po’ di tempo in compagnia di questa bella mora.
Meglio di niente.
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“Toh va, arriva quel simpaticone del direttore”, ho pensato mentre sentivo qualcuno avvicinarsi a me con un certo passo. Il suo andamento è placido ma sostenuto. E’ semplice ma inconfondibile. Sono qui da poco ma già lo riconosco.
Il direttore. Colui che doveva essere ubriaco quando ha messo la sua firma sul modulo del mio stage. Lui, che lo sapeva che nella sua agenzia una redazione online non c’era più. Lui, che è in parte responsabile di questo mio limbo. In parte, sì. Perché accuso anche la scuola di concorso di colpa. Avrebbero dovuto verificare, quantomeno per garantire ai suoi studenti la possibilità di fare lo stage indicato come preferenza. I suoi studenti, che pagano oro e ricevono ruggine.
Lo riconosco quel fottuto passo. O perlomeno ne ero convinto. Perché quando ho alzato gli occhi mi sono trovato davanti un’altra persona. Era il vicedirettore.
Eppure il ritmo di piedi e gambe era lo stesso. Sarà che a stare ai vertici ci si conforma a un certo modo di muoversi. Chissà. Ma almeno lui mi saluta.
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Da buon cronista ho fatto la mia indagine.
L’agenzia per cui lavoro possiede anche altri portali. Portali tematici. Dove non si scrive niente di nuovo. Dove non si fa vero giornalismo.
E anche lo stesso sito dell’agenzia non contiene nulla di originale. Gli scritti sono già stati scritti. Da qualcun’altro. Chi lo aggiorna non fa che inserire testi di altre persone. Sono rare le volte in cui le notizie pubblicate sono frutto di un vero lavoro giornalistico. La maggior parte delle volte sono collage di cose già fatte.
Sarò ingenuo, sarò solo un principiante. Ma non sono un coglione. Ho capito l’antifona. A fare l’online qua, si rischia di cadere nella trappola del copia-incolla.
Qui serve uno scatto d’orgoglio. Anche un aspirante cronista ha la sua dignità.
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Ho fatto un bel sospiro e ho preso la strada che avrei dovuto prendere almeno uno settimana fa. Sono uscito dalla porta interna della redazione e ho fatto le scale. Quarto piano, ufficio del personale. Sono arrivato carico. Non tanto di speranze, che illudersi non conviene mai. Ero pieno di determinazione.
Ho varcato la porta. Davanti a me né triangoli saffici né chissà quale altra strana geometria. C’era solo lei, la responsabile. Insomma, niente gnocca. Ma non importa, non ero lì per il piacere, se non quello di sentirmi dire che il mio stage si sarebbe finalmente raddrizzato. Che da domani avrei smesso di fingere di fare agenzia e che mi avrebbe messo subito sotto con l’online. E senza fingere. Che avrei preso il loro sito e l’avrei riempito di articoli miei, magari pure di foto.
“Senta, io con il direttore non ho parlato”, ha detto. Ed è stato subito gelo. “Lui, sa, è sempre molto impegnato”. Già mi ero scocciato. “Però ho sentito dei colleghi che lavorano in un ufficio qui vicino – ha aggiunto – che si occupano di alcuni portali legati alla nostra agenzia. Loro hanno detto «magari, ci servirebbe qualcuno, come il pane!»”. La responsabile del personale mi stava dando una mezza speranza. Solo mezza, sì, ma che messa insieme al mezzo wafer dell’altro giorno avrebbe fatto qualcosa di intero. Qualcosa. Cosa non so. Non era il sito sito, ma il sito qualcos’altro. Era meglio di niente. “Bene, si sarà mossa lei..”, ho pensato.
“Ora, dico, cosa ha intenzione di farei? Senza l’autorizzazione del direttore qua non si va da nessuna parte. Ci vuole parlare lei?”, mi ha chiesto la responsabile come se per l’ultimo arrivato fosse la cosa più facile del mondo. “Oppure – ha continuato prima che le dessi una risposta – potrebbe parlare con i suoi capi dell’economico e vedere se può fare qualcosa a livello di.. come si chiama.. di internet, insomma”.
Insomma, sì. Quella roba lì. Internet. Online. Parole che sento sempre più distanti. Se questa redazione un dipartimento online non ce l’ha, mi domando cosa possa combinare anche parlando con i miei superiori. Il direttore, poi, non ci penso nemmeno a cercarlo. Lui è uno di quelli che ti passa davanti e si volta dall’altra parte.
Ma il problema non è quello. Se per muovere le acque devo andare ai piani alti, allora farò altre scale, varcherò altre porte e parlerò con il dio di questa cazzo di agenzia. Il punto è: chi sono questi fantomatici colleghi che lavorano in questo fantomatico ufficio qui vicino che si occupano di questi fantomatici portali?
Non mi fido. Devo controllare.
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“Ohhh, ben svegliato, giovanotto”, ha detto l’Energumeno a me che sembro ben più sveglio di lui. Non che ci voglia molto, nonostante i tempi morti tendano a intorpidirmi. Ma io almeno me ne resto alla mia postazione a fare qualcosa. Ok,qualcosina. Lui invece continua a vagare per la redazione come un’anima in pena. Come fosse la persona più annoiata del mondo, e che quindi ammazza il tempo girando e rigirando tra i colleghi, a sparare cazzate di circostanza che sembrano buttate lì per riempire chissà quale vuoto.
Ma in fondo mi sta simpatico. L’altro giorno mi ha pure offerto mezzo wafer. “A te solo questo, giovanotto, che lui è più grande”, mi ha detto l’Energumeno prima di dirigersi verso un altro ragazzo, uno di quelli che è qui da qualche tempo ma che ancora non sa dove sarà tra un mese. Che cosa farà. Insomma, se gli rinnoveranno il contratto. Per lui un wafer e mezzo, a me soltanto la metà di uno. Per ora mi merito solo questo. Mezzo wafer. Chissà se per fine mese me ne meriterò uno intero. Potrebbe essere il segno che mi avranno fatto lavorare di più. Più di adesso, perlomeno. E anche qui, non è che ci voglia molto.
Più tardi vado a parlare con la responsabile del personale, nella speranza di non ritrovarla in compagnia di un altro trittico di donne. O se proprio dev’essere, che questa volta siano almeno un po’ gnocche.
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Caldo e relax. Due elementi che si sposano a fatica. Per fortuna sono riuscito a dormire otto ore di fila. Quasi. Finalmente. Ma una volta sveglio la temperatura corporea sale. E fa caldo, tanto caldo.
Qui niente mare. Qui solo un mare di sudore. Per questo odio le grandi città, soprattutto quelle senza sbocchi verso l’esterno. Verso l’acqua. Che d’estate è paradiso liquido.
Soprattutto odio i posti in cui non sanno fare la pizza. Quella che ho mangiato ieri sera con alcuni miei amici non era gommosa come le altre. Era direttamente ridotta a carbon coke. Era fina come l’ostia. Tant’è che l’Invasato, che è pure abbastanza di chiesa, l’ha chiamata “ostia fritta”.
Ma forza e coraggio. Siamo qui per una missione. Fare i giornalisti. I giornalisti seri. Speriamo solo me ne diano modo. Speriamo solo che non uccidano sul nascere la buona volontà di un aspirante cronista. E speriamo pure che questa tremenda voglia di mare non porti la mia testa a farsi un bagno lontano dai doveri.
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Mi affaccio alla porta del suo ufficio, e vedo la responsabile del personale con altre due donne. “Le dispiace se ne riparliamo lunedì, per quella cosa?”, mi fa. Evidentemente era troppo impegnata in quella sorta di triangolo saffico camuffato da briefing di lavoro per degnarsi di dirmi qualcosa riguardo al mio stage.
Ma poi ha anche ammesso, spudoratamente, di essersi dimenticata di parlare con il direttore. Sicché aspetterò lunedì. Lunedì, perché lei domani non lavora. Lei no, io sì. Mi tocca un altro giorno di simil-agenzia in attesa della conferma al mio grande sospetto.
Che sono stato fregato. E tre.
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Mi manca la mia ragazza. Sono qua da due settimane e, sì, mi manca la mia ragazza. Stare al Paese dei Polpacci era diverso. Ero molto più vicino a casa, perciò la distanza si sentiva meno. Qua nella Città delle Pizze Gommose è tutta un’altra cosa. Siamo molto più lontani. Quindi sì, mi manca. Soprattutto quando lei è serena e fa stare sereno anche me. Perché nei suoi picchi di sofferenza – e di insofferenza – un pochino me lo fa pesare, il fatto che io sia partito per costruirmi un futuro. E lì non mi passa mica la voglia di lei, però la testa mi si annebbia dal nervoso. E mi vengono in mente solo cose brutte, quelle belle se ne restano lì nell’angolino. Come fossero in punizione.
Ora lei è tranquilla, anche se abbiamo avuto fasi abbastanza negative. Anzi, senza abbastanza. Direi proprio negative. A cui solo due Highlander della coppia come noi potevano sopravvivere. Ora lei è tranquilla perciò sono tranquillo anch’io. I cattivi pensieri non ci sono. Perciò, mi manca.
Che sentimentale, che sono, eh?
Ma volete sapere cosa ha contribuito a farmi capire che ho davvero bisogno di lei? Oggi, mentre venivo in redazione, mi sono fermato davanti a una bancarella di libri usati. Uno in particolare ha colpito la mia attenzione. Quando ho letto il titolo sono rimasto di stucco. “La vagina di una nera”. Gulp. “Perbacco! E che libro sarà?”, mi sono chiesto tra me e me come un vero pornofilo mancato. Peccato che a una seconda occhiata mi sono accorto che in realtà il titolo era un altro. “La vigna di uva nera”.
Eh sì, mi manca la mia ragazza. E se sto pure diventando cieco, beh, direi che i conti tornano alla grande.
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Charming Girl è online
Charming Girl: ciao
KronaKus: ciao, tutto ok?
Charming Girl: si si
KronaKus: bene
Charming Girl: ti ripeto, il fatto di parlare con uno che si nasconde mi piace poco
KronaKus: ma lo capisci perché mi nascondo? mi sa di no. mica sono un criminale. secondo te, se io mi lamento sul mio blog del fatto che i miei nuovi colleghi mi ignorano deliberatamente, posso dire in giro dove lavoro, chi sono e magari poi farmi leggere da qualche collega?? riflettici, per favore. dovrei limitarmi nelle cose che scrivo, e a quel punto tanto vale chiudere tutto!
Charming Girl: ma secondo te vedere una foto implica che io conosca il tuo nome e cognome e il tuo indirizzo di casa?? o se mi dici abito qui o là… che ci sei solo tu, di abitante?
KronaKus: che sta facendo uno stage in un’agenzia di stampa però sì. è quello il punto
Charming Girl: ma che me ne frega a me! senti fai cio che vuoi
KronaKus: so che non ti frega. si tratta solo di non rischiare che qualcuno dica in giro chi sono
Charming Girl: naaaaaaaaa… ma io sto all’estero, che mi frega di dire agli altri chi sei tu??
KronaKus: però il mio ragionamento ti fila? o no?
Charming Girl: si ho capito… ma a me del resto del mondo poco me ne importa… dici che faccio la spia?? che mi frega?!
KronaKus: non ti sto dando della spia
Charming Girl: quasi
KronaKus: non è un fatto personale. e credimi, se sei tu nelle poche foto che ci sono sul tuo profilo, non esiterei a far vedere una mia foto a una bella ragazza come te
Charming Girl: quella solo viso con le labbra storte sono io
KronaKus: ecco appunto, affascinante. lo dice pure il tuo nick.
Charming Girl:
grazie
KronaKus: prego. sono sincero
Charming Girl: io non posso dire altrettanto. vedo solo quella faccia da pupazzo
KronaKus: ma come, non ti piace?!
Charming Girl: x niente
KronaKus: l’ho fatta con paint. c’ho messo tanto amore, e tu la tratti così
Charming Girl: è orrendo
KronaKus: mi ferisci
Charming Girl: è la verità
KronaKus: apprezzo la sincerità, ma mi ferisci lo stesso
Charming Girl: odio parlare con i pupazzi
KronaKus: ti ripeto che sono di carne e ossa
Charming Girl: lo so. ma io vedo solo un pupazzo
KronaKus: un pupazzo vivo e vegeto, però
Charming Girl: sempre pupazzo rimane
KronaKus: un bel pupazzo, però
Charming Girl: lo dici tu
KronaKus:
Charming Girl è offline
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“Buongiorno, sono lo stagista della scuola di giornalismo”.
“Ah, buongiorno. Mi dica”, risponde la responsabile dell’ufficio personale.
“Senta, io sono qua da quasi due settimane. Il mio doveva essere uno stage online, ma sto facendo agenzia. Io mi adatto, per carità. Però volevo capire cosa fosse successo…”.
“Ah…”, dice lei con aria perplessa. “Ho capito… Ma lei con chi ha parlato?”.
Il nome di chi mi aveva assegnato all’economico proprio non mi viene. Sono una frana coi nomi, ma descrivendo la persona mi faccio capire comunque.
“Sì, sì. Ho capito. Senta, io non so che dirle. Qua una redazione online non c’è più da diversi mesi”. Ed ecco la conferma che non volevo. “Ha provato a chiedere di mettere mano al sito? Di aggiornarlo lei, di tanto in tanto?”, mi domanda.
“No”, rispondo io. “Sono qua da poco. Ho voluto vedere l’andazzo”.
“…Capisco… Perché sa, quando la segreteria della scuola mi ha chiesto se c’era modo di farle fare qualcosa di online…”.
“Come? La scuola?”. Qualcosa non mi torna. Io sapevo che era stata l’agenzia a contattare la scuola perché aveva bisogno di qualcuno che si occupasse del sito.
“Sì, quando la scuola mi ha chiamato…”.
“Io sapevo che eravate stati voi a chiamare”, la interrompo io.
“No no. Sono stati loro a chiederci se c’era la possibilità di farle fare quel tipo di stage…”.
Sono stato fregato. E due. Ho la sensazione che la scuola mi abbia dato il pacco. Una sola. Che mi abbia rifilato uno stage giusto per far quadrare i conti. Giusto per spedirmi da qualche parte. Per darmi il contentino. No, così non va bene. Cazzo. Domani li chiamo e mi sentono.
Con la responsabile dell’ufficio personale sono rimasto d’accordo che proverà a sentire il direttore. Quello stesso direttore che ha dato l’ok a uno stage che, si sapeva già, sarebbe morto sul nascere. Che non ci sarebbero stati i mezzi per portarlo avanti. Perché lui lo sa, lo deve sapere che la redazione online non c’è più. Perciò, mi chiedo, perché cazzo ha autorizzato il mio cazzo di stage?
Mistero della fede. Una fede che sto cominciando a perdere.
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Davanti a me c’è il solito via vai. Gente che viene, gente va. Gente che torna, gente che sta. E mai gente che saluta. Sembro un fantasma. Mi passano di fronte, i miei occhi si incrociano coi loro, ma niente. Niente buongiorno. Niente ciao. Nemmeno un vaffanculo.
Gli passo davanti. Niente.
Loro mi massano davanti. Niente.
Vado in bagno e li incrocio. Niente.
Esco per pranzare e li incontro. Un cazzo di niente.
Forse ho la rogna, e nemmeno lo sapevo.
Forse ho la rogna, e loro l’hanno scoperto prima di me.
Forse ho la rogna. E quasi quasi gliel’attacco.
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“Senta, lei che sa tutto, mi saprebbe dire che cosa devo fare con questo comunicato del Salone del Gusto?”.
L’Energumeno, quello del finto interrogatorio della settimana scorsa, è venuto da me e mi ha fatto questa domanda assurda. A cui sapeva che non avrei potuto rispondere. E infatti aveva stampato in faccia quel suo solito mezzo ghigno.
Non capisco se mi prende per il culo o cos’altro.
Spero cos’altro.
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“Secondo una direttiva della Camera di Commercio di questa mattina, non saranno più ammesse richieste in merito a…”.
Stop.
Secondo cosa?
Camera di Commercio?
Qui dice Agenzia delle Entrate.
Perché ho scritto Camera di Commercio se qui dice Agenzia delle Entrate?
Oh cazzo.
E’ successo di nuovo. Ho sbagliato un’altra volta ad attribuire qualcosa a qualcuno. Un qualcuno che in realtà è qualcun altro. Come l’altro giorno con le riviste. E non va bene. Anche se mi sono accorto in tempo non va bene lo stesso.
Ultimamente il mio subconscio sta facendo un po’ troppo l’anarchico.
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“Senti maaa… qui chi è che si occupa dell’online?”, ho chiesto a uno dei tre precari con il contratto in scadenza. Una domanda che covavo da più di una settimana. Come al solito, aspetto troppo.
“Al sito ci lavorano un po’ tutti”, risponde lui. “Fino a poco tempo fa c’era una redazione apposita. Poi c’è stata una ristrutturazione aziendale e…”.
Sono stato fregato. Sono venuto a fare online dove non esiste una struttura organizzativa per farlo. E non per niente sto facendo agenzia, cosa che non era nei piani. Agenzia dal desk, poi. La scuola aveva detto che erano stati loro a chiamare, perché stavano cercando qualcuno che desse una mano per il portale. In effetti ero un po’ sorpreso. Ma non c’è niente di male, in fondo, se un’agenzia vuole potenziare la sua redazione online. Peccato che qui la redazione online non c’è più da mesi. Sono i capiservizio, a volte anche i semplici redattori, ad aggiornare di tanto in tanto il sito secondo le direttive dei capiredattori centrali. E non è molto diverso da un copia-incolla di agenzie già scritte, o comunque di notizie redatte senza tenere conto dei criteri della scrittura web che hanno tentato di inculcarci alla scuola di giornalismo.
Devo capire perché.
Devo capire cos’è successo.
Devo capire se sono stato incastrato. E da chi.
E soprattutto devo capire se ci sono margini per reindirizzare lo stage sulla strada che sarebbe dovuta essere.
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Ho fatto un danno, ma potevano essere due. Giovedì scorso ho “passato” il comunicato di una rivista (che chiamerò semplicemente “A”) attribuendola a un’altra rivista (che chiamerò con altrettanta semplicità “B”).
E B si è incazzata. Perché si è ritrovata in rete la sintesi di un’inchiesta che non era sua. Venerdì ha telefonato più volte. Non ho preso io le chiamate, ma sì, a quanto pare quelli di B erano proprio incazzati. E il boss che mi ha controllato il pezzo ha evitato di arrabbiarsi con me, ma ha dovuto rimediare. In un modo che non condivido affatto, ma non ero (e non sono tuttora) nella posizione di dissentire. Si è accordato con la rivista B per farsi mandare un fax contenente un’inchiesta vecchia di un anno. Un’inchiesta di B, ovviamente. Attualità zero. Ma l’intrallazzo è servito a far star zitti i riottosi chiamati in causa per errore da me. Dal sottoscritto. Un sottoscritto che ancora si domanda come sia stato possibile, dato che ha fatto copia-incolla dall’email e poi ha lavorato su quel testo. Ancora non mi spiego come sia potuto succedere che il mio pezzo parlasse ripetutamente di B quando il testo originale si riferiva esplicitamente ad A. E non ci sono dubbi, ho controllato.
“Deve arrivare un fax. Quando arriva datelo a KronaKus”, ha detto a voce alta il capo dell’economico facendosi sentire da tutti. Era chiaro: io avevo sbagliato, io dovevo rimediare. Giustissimo. Non fosse che mancavano venti minuti all’ora che mi ero prefissato per uscire dalla redazione, tornare a prendermi la valigia (che era tutt’altro che pronta) e dirigermi in stazione per prendere il mio treno. L’ultimo regionale di quella giornata, l’ultimo senza dover pagare sovrapprezzi. E poi, non so, forse sarebbe stato un casino. Avevo approfittato della promozione di Trenitalia per risparmiare il 60% tra andata e ritorno. Scopo dell’iniziativa, favorire l’affluenza al voto. Speranza vana.
Il fax è arrivato cinque minuti dopo le 4. Avevo già sforato. E ricordare al boss la mia richeista di uscire prima pareva non fosse servito a niente. Sembrava infischiarsene. Ma una volta preso in mano il fax mi ha chiesto: “Sicuro che ce la fai coi tempi?”.
Ho risposto di sì. Ma non ho convinto né me né lui.
“Sei sicuro?”, mi ha ripetuto avvicinandosi.
Cinque, forse sei pagine da leggere e sintetizzare, sui prezzi al dettaglio delle mercerie. Squallidissimo. Non tanto per il contenuto, quanto perché stavo rischiando di perdere il treno per un imbroglio che in fondo offende sia il lavoro che i clienti di questa agenzia.
“Fammi vedere”, ho detto prendendogli i fogli dalle mani. Ho dato un’occhiata rapidissima. Un sospiro mi è uscito proprio di cuore, profondo quanto inevitabile.
Con un neurone su quelle pagine e uno già sul treno, ho cominciato a fare il mio lavoretto di riparazione. Non so come, ma in mezzora ho finito. Non so cosa ne è venuto fuori, perché appena concluso ho consegnato tutto e ho augurato buon weekend a tutti quanti. Il boss ha voluto battere un cinque. embravamo due ragazzini compiaciuti di una bravata appena fatta. Perché il boss non è stronzo, ha solo voluto chiudere il cerchio. E forse mettermi alla prova. Sbattendosene, almeno in parte, delle mie esigenze. Ma l’avevo detto: sono il vostro schiavo. Volevo essere trattato come uno che è qui per lavorare. Per lavorare davvero. E venerdì pomeriggio, con buona pace della mia pressione sanguinea, sono stato accontentato.
Appena finito sono corso via. Quarantanove minuti per tornare alla stanza che ho preso in affitto qui nella Città delle Pizze Gommose. Ed è stato un record. Ho anche dovuto disfare quel poco di valigia che avevo preparato, perché avevo dimenticato di mettere dentro un paio di lenzuola che ovviamente non ci stavano nemmeno a pagarle. Sono stato costretto a togliere una coperta che potevo anche lasciare lì. Una coperta che ovviamente era sotto tutto il resto.
Sono arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Non chiedetemi come. Ho sempre avuto un cattivo rapporto con il tempo, ma questa volta ho vinto io.
Sono riuscito a tornare. E a fare il bravo cittadino andando a esprimere il mio voto.
In redazione sono tornato da circa mezzora. Ancora niente lavoro, ma nemmeno rimproveri. A quanto pare, durante il pezzo scritto in tutta fretta venerdì pomeriggio, il mio subconscio non è riuscito a mettere in mezzo nessuna rivista C.
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Sono qui da poco, perciò mi scocciava chiederlo.
“Oggi pomeriggio avrei bisogno di uscire verso le 4, massimo 4 e mezza…”.
“Fai pure – risponde uno dei capi dell’economico, quello che mi guarda storto – tanto qui fanno tutti come cazzo gli pare!!”
Io devo partire. Domani si vota, perciò devo partire. Ho un treno da prendere per tornarmene nella mia città, dove ho mio il seggio. E l’avevo già accennato qualche giorno fa.
Neanche il tempo di reagire che il boss mi sorride e dice: “Vai, vai tranquillo. E grazie”.
Stava scherzando. Ma soprattutto mi stava ringraziando per il (poco) lavoro che stavo facendo. Mi ha fatto piacere, fa sempre piacere quando c’è riconoscenza. Ma vorrei poter fare di più. Quel “grazie” mi lascia pensare che io per loro sono come un aiuto esterno, come un collaboratore che arriva e che presto ripartirà. Non uno dell’organico, e ci mancherebbe, ma un buon samaritano che sacrifica un mese della sua gioventù in questa redazione di pazzi.
Non va bene. Voglio essere trattato male, perché è così che si impara. Voglio essere rispettato, sì, ma in uncerto senso voglio essere anche struttato.
Finisce la prima settimana, ed è stato tutto desk. Solo ed esclusivamente desk. Ho rimaneggiato più comunicati in questi cinque giorni che durante i due mesi trascorsi un anno fa a lavorare per quel becero sito di becera informazione.
Così non va. Sfruttatemi, signori. Sono il vostro schiavo.
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Oggi il lavoro mi ammazzerà. Di noia. Per fortuna che ora ci sono in redazione dei ragazzi libanesi (e delle ragazze libanesi), in visita per non so quale motivo. Pare stiamo finendo un tour in Italia per una specie di scambio culturale. Di più non so, ma almeno mi rifaccio gli occhi con una di loro. Che è cicciottella, sì, ma ha un viso carino.
Abbastanza carino.
Un po’ carino.
Carino sì e no.
Se continuo così mi sembrerà brutta. E’ che qua dentro tutto smuore. Faccio poco e m’intorpidisco.
Pazientiamo?
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“Cosa fai la sera quando esci?
“Ma tu bevi? Fumi? Ti fai le canne?”
“Chi butteresti già da una torre, Tremonti o Epifani?”
Quei due mi hanno tartassato di domande. Quei due sono dell’economico, uno dei quali comanda pure. L’altro è un omone, alto, largo, con gli occhiali grossi e la bocca larga. Una specie di nerd troppo sviluppato. Un nerd in giacca e cravatta che girovaga per la redazione dando l’impressione di non stare nemmeno lavorando. E chissà, forse non lavora proprio.
Sembrava un test piscoanalitico. Attitudinale, forse. Un’intrusione nella mia privacy ideologica che suonava tanto di controllo preventivo. Nel senso che è meglio farlo subito e capire con chi avranno a che fare per questo mese.
Però sulle loro facce c’era un mezzo ghigno. Non era un interrogatorio, solo delle domande tra il serio e l’ironico per capire chi o cosa sono, ma credo anche per rompere il ghiaccio. Non ho nemmeno capito da che parte stanno. Potrebbero essere destroidi che vogliono controllare se tra le fila di questa redazione è entrato uno di loro. Oppure sono dei sinistroidi che fanno domande a trabocchetto per verificare se sono o meno un compagno. Perché dai loro commenti mi sono sembrati di destra, ma forse facevano finta. Io sono rimasto evasivo. Alla terza domanda ho restituito la palla al mittente con un laconico “questa è troppo facile”, ma la risposta non l’ho mica data. E loro non hanno chiesto altro.
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“KronaKus, è arrivato un comunicato della Federconsumatori”.
“KronaKus, l’Antitrust c’ha scritto una mail, guarda un po’ che cosa vuole”.
“KronaKus, prendi quella nota della Cgil e rendila leggibile, per favore”.
“KronaKus, puoi passare quel comunicato della Danone?”.
Anche oggi correggo bozze. Bozze di altri naturalmente. Non saprei come definire quello che sto facendo, ma una certezza ce l’ho. Non è online. Non sto lavorando per un sito d’informazione, nonostante quest’azienda ne abbia uno tutto suo. Questa è agenzia. Una specie di agenzia. Fatta di solo desk. Me ne sto alla mia scrivania, con due monitor davanti a me. Uno per il sistema editoriale, uno per internet. E proprio ora ci sto navigando dentro, anche se non è questo il mare che doveva essere. Ero qui per fare altre cose.
Ma pazientiamo. Ancora per un po’.
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Passano, ti guardano e non ti salutano. Ho davvero dei simpatici “colleghi”. Ok che sono nuovo, e quindi potete anche non aver voglia di darmi confidenza. Ma ok che sono nuovo, e quindi perché cazzo non mi salutate?
Presentiamoci. Vogliamoci tanto bene. “E tutto questo senza impegno, amici a casa!”. Che fra un mese me ne vado, poi chi vi caga più?
Forse sono tutti dei gran sentimentali, hanno paura di affezionarsi a me e quindi evitano qualsiasi forma di contatto con l’ultimo arrivato. Che dolci che sono!
Sigh.
E coi capi dell’economico non va meglio. Loro a presentarsi sono stati costretti dalle circostanze, il saluto non me l’hanno negato e di certo non potranno negarmelo nemmeno in futuro. Ma uno mi guarda di traverso come se fossi un clandestino, e gli altri due lavorano senza tanto considerarmi. Sicché, anche oggi ho combinato poco e niente. E di online nemmeno l’ombra.
Pazientiamo.
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“E quanto devi stare qua?”
“Un mese. Anche perché non potrei stare di più”
“Come mai?”
“Beh, perché l’Ordine dall’anno scorso ha proibito gli stage nei mesi di luglio e agosto..”
“..Ah.. non lo sapevo..”
Il dialogo con la segretaria è stato surreale. Alla segreteria di redazione di un’importante agenzia di stampa italiana non sono informati di queste cose.
Buon inizio.
Due ore e mezza lì a chiacchierare con loro, in attesa che si muovesse qualcosa. Poi mi hanno spedito di sotto. In redazione, finalmente. E lì, un’altra ora e mezza in attesa che il “cervellone” mi creasse un account per entrare nel sistema editoriale. Posso dire di essermi letto un giornale intero, e che la prima mezza giornata sia volata via senza fare nulla di concreto. Ma me l’aspettavo, va bene così.
Il pomeriggio ho lavoricchiato. Comunicati, mail. Tutte cose da sistemare. Posso dire con cognizione di causa di aver fatto più che altro il correttore di bozze. Un lavoro che mi ricorda quello che facevo un anno fa, in quella finta redazione in cui fingevo di essere me stesso.
Speriamo che da domani si possa fare di più. Peccato, però, che mi hanno messo all’economico, un settore in cui non mi sento molto a mio agio. Non è una materia che mi entusiasma, nonostante abbia diploma da ragioniere. Ma da ragazzini, si sa, se ne fanno di cazzate. Una delle più grosse è la scelta della scuola. Io ho putato su quella che sulla carta potesse darmi di più. Che mi potesse salvare dall’università. Poi all’università ci sono andato. Perché ho capito che io e numeri parliamo due lingue diverse.
Stiamo a vedere, dai. C’è solo una cosa che non mi convince: oggi ho fatto tutto fuorché online. Sembrava più semplice agenzia. Ma pazientiamo. Ho tutto giugno per fare quello che mi ero prefissato di fare.
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Sono a casa, la casa d’appoggio. Sono arrivato nella Città delle Pizze Gommose dopo quasi quattro ore di treno. E dopo altri dieci, massimo quindici minuti di tram sono arrivato a destinazione. Mi è venuto a prendere l’Ospitevole. Anche se non si dice così, ma la mia simpatica e dislessica ragazza preferisce dirlo in questo modo, piuttosto che “ospitale”. E lo chiamerò in questo modo perché è venuto alla fermata, mi ha preso un borsone dalle mani per portarmelo lui e mi ha offerto un buonissimo piatto di pasta. Sembra molto bravo in cucina. Ho apprezzato molto l’accoglienza. E’ un peccato che potrebbe essere davvero solo un appoggio.
Intanto evito di disfare del tutto le valigie. Non ho voglia di tirare fuori le mie cose per poi dover rimettere tutto dentro e ripartire. Lo farò solo se deciderò di restare qua. Anche perché in fondo c’è una cosa che non mi convince. Da qua, ogni giorno dovrei prendere una metro, un tram e farmi un quarto d’ora a piedi. Quasi cinquantacinque minuti di viaggio. Per ogni viaggio, quindi due volte al giorno. Vediamo, per ora provo così. Anche se mi fa strano fare il pendolare all’interno della stessa città.
Anche se devo dire che è stato divertente. Questa città mi affascina, mi incuriosisce. Voglio conoscerla meglio. E comunque la cosa più bella è stata arrivare alla meta, alla redazione in cui farò lo stage. Appena arrivato mi sono sentito fiero di me, anche se un motivo vero non c’è. Ho scattato una foto con il cellulare e ho mandato un mms ai miei genitori e alla mia ragazza. “Metaaaaa!!!” ho scritto.
Figo. Speriamo che da domani entrarci sia altrettanto figo.
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Era una casa molto carina, con il soffitto ma senza cucina..
Canta che che ti passa. Canta per non piangere.
La casa del padre di mia zia è divisa in due. Da un lato un appartamento con la “a” maiuscola, dove non manca nulla. Nemmeno le tre inquiline, e per questo non è disponibile. E immagino non lo siano nemmeno le inquiline. L’altro consiste in una stanza, una sola anche se grande, con un letto, un armadio, un bagno. E niente cucina. Niente dove potermi preparare da mangiare, e soprattutto niente frigorifero nemmeno per tenere in fresco l’acqua. Col caldo che inizia a fare, non mi sembra una gran bella soluzione. Perciò, niente da fare.
Domani parto, e in mano ho solo un buco in singola trovato grazie a un mezzo passaparola iniziato su Facebook e finito da amici di amici di amici che non sono miei. Una singola a uso doppia. Un buco, appunto. E’ solo un appoggio. Non so quanto dista dalla redazione in cui andrò. Non so come possa trovarmi in uno spazio così ristretto. E non conoscendo i coinquilini non posso immaginare come sarà la convivenza.
Nella stessa casa ci sarebbe anche una doppia, al momento occupata da una sola persona. Un francese che lavora qua ma che è in partenza. Se ne dovrebbe andare venerdì prossimo, ma non posso prendermi quella stanza né ora (c’è un gruppetto di suoi connazionali che si appoggia lì per farsi una vacanza) né dopo (la vuole affittare per intero, e io per quanto possa ingrassare non credo di riuscire a raddoppiare).
Andrà come dovrà andare. Questa volta parto davvero all’avventura.
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“Passiamo a una domanda un po’ più tecnica”, ha detto il prof.
E già mi tremavano le gambe.
“Qual è quel macchinario con cui si stampano oggi i giornali”.
Cazzo. E io che ne so? Questa è una domanda bastarda, cazzo. No. No. Non può essere la rotativa. Che poi credo che ormai sia superata. No, no. Non è lei. Come cazzo si chiama quella cazzo di macchina? Questo vuol farmi fesso. Ma io non sono fesso. Non dirò “rotativa”. No, mi spremerò le meningi, cercherò un’alternativa. Non lo dirò.
La risposta era “rotativa”. E per questo ora mi ruotano le palle, anche se so che tanto la borsa di studio non l’avrei vinta lo stesso. Tre misere borse per trenta pretendenti. E ho anche fatto una prova scritta abbastanza incolore, un 27 che lascia il tempo che trova. Ventisette su trentacinque. Una modalità di votazione che credo si rifaccia all’esame finale per diventare giornalisti professionsti, di cui questa specie di farsa era in fondo una simulazione.
Ma ora ho altri grilli per la testa. Domenica devo partire per la Città delle Pizze Gommose, e non ho ancora trovato casa. Forse il padre di mia zia ha una stanza per me, ma mi devo informare. Per ora sono come il pomodoro senza mozzarella. Come la mozzarella senza pomodoro. Anzi, come la mozzarella e il pomodoro senza impasto. Sono una pizza senza la base.
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Sta per finire il primo round della scuola di giornalismo. E la fase due è alle porte. Da lunedì mi trasferisco nella Città delle Pizze Gommose per uno stage di un mese. Un mese smilzo. Farò online, che dicono sia il futuro della professione e probabilmente l’unico vero settore in cui esiste qualche piccolo spiraglio lavorativo. Talmente piccolo da essere, forse, anche ridicolo.
Qui è già tempo di saluti e di timidi accenni di nostalgia. Stasera faremo una cena per dirci “ciao”, in un ristorante a menù fisso. Venti euro per, dicono, mangiare come porci. Speriamo non ci venga la “suina”.
E non mi va di fare tanti bilanci. Ci sono stati i bianchi e i neri. E tanti grigi. Per ora mi limito a dire che la prima breve fase della scuola si chiude con il segno più. Pollice alto per la didattica di base, un po’ meno per l’approfondimento. Difficile dire come sia andata con i laboratori, anche se ci hanno tenuti impegnati per buona parte del tempo. Ottimo il giornale della scuola, che poi è il giornale ufficiale del Paese dei Polpacci. La gente ne è entusiasta, e la possibilità di portare avanti delle mini-inchieste ne fa un piccolo paradiso del giornalismo italiano, saturo di quel politicheggiare che fa generare (e degenerare) le opinioni. E che mette un muro all’informazione vera. Quella che si basa sulla realtà, non sui botta e risposta di chi pensa solo a tirare acqua al suo mulino.
E’ andata bene, dai. A parte un fatto increscioso. Un episodio sorprendente. Assolutamente squallido.
Ma ora non mi va di parlarne.
Mi gusto il penultimo giorno di lezioni prima dell’abbuffata di stasera, anticipata rispetto alla fine della scuola (domani) perché c’è chi vuole partire prima. Sono quelli che si fanno lo stage all’estero, che si prendono un giorno di vantaggio sugli altri per potersi spostare. Io non ho nemmeno pensato di andare fuori all’Italia. Adoro questo democraticissimo paese (!), e soprattutto il mio inglese non è proprio da madrelingua. Uno scoglio che devo superare.
Ah, dimenticavo. Domani c’è l’esame di fine anno.
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Una boccata di aria fresca. Ossigeno per i diritti dei lavoratori. Per i diritti dei giornalisti. Per la coscienza delle persone che stanno dietro la penna e dietro lo schermo.
Il Corriere.it titola: “Tribunale di Roma: «Mentana deve essere reintegrato a Matrix»“. L’ex-conduttore del programma di approfondimento di Canale 5 ha vinto la prima fase di una battaglia legale combattuta per sé, sì, ma anche per tutti i colleghi. Di Mediaset e non. Colleghi intesa come categoria, quella dei giornalisti. Che fanno sempre più fatica a guardarsi allo specchio. O se lo fanno, lo specchio va puntualmente in frantumi.
Mentana si era ribellato alla decisione della rete di non rimandare la puntata del Grande Fratello per lasciare spazio al caso Englaro. Era la sera della morte di Eluana. Canale 5 ha detto no, il giornalista pure. Dando le dimissioni da direttore editoriale. Per poi venir licenziato del tutto dall’azienda che gli ha così impedito di proseguire nella conduzione. Negandogli il diritto di continuare comunque a esercitare la sua professione. Era il 9 febbraio, e l’indipendenza del giornalismo stava subendo un duro colpo. Basso. Un altro.
Grazie Enrico, continua a lottare. Grazie per la tua determinazione. Grazie per la tua “passionaccia”. Grazie per questa piccola mentina che ci fa odorare l’alito un po’ meno di merda.
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“Il primo pezzo che ho firmato per Il Cronista era su un piccione che era rimasto ferito in un parco pubblico, e su un animalista impazzito perché l’Asl non era voluta intervenire”. L’Invasato mi ha raccontato del suo esordio nel mondo della carta stampata con una storia che a qualcuno farebbe ridere e a qualcuno farebbe piangere.
A me fa piangere. E riflettere. Perché il suo flashback è arrivato subito dopo che io gli ho raccontato che alla Silente, una nostra collega della scuola di giornalismo, durante uno stage prima dell’inizio dei corsi, le era capitato il caso di un consigliere comunale che si era incatenato all’ingresso di un giardino pubblico per protestare contro l’incuria. L’avevano mandata sul posto, e già ridevano mentre le assegnavano la cosa. Infatti una volta tornata non se n’è fatto nulla. Niente pezzo, il fatto era troppo “stupido”.
Mi viene da piangere e riflettere, sì. Su quanto il giornalismo sia amabilmente e pericolosamente vario. Su come si debba stare attenti a non finire nel posto sbagliato. Nelle mani sbagliate, mani di persone ammanicate – mi si scusi il gioco di parole – e superficiali. Che si fermano alla politica perché è quella che tira. Che non vedono l’importanza delle piccole cose e che non sanno riconoscere la gravità delle stesse. Cose piccole che piccole non sono quasi mai. Ma ci vogliono gli occhi giusti. Ci vuole l’atteggiamento giusto. Ci vuole il direttore giusto.
Meglio cercarla in fretta, la retta via, in questa selva oscura di giornalisti politicanti e politicizzati. Sicuri del vero ma fuori dal vero. Pieni di sé ma fuori dal mondo.
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Ero appena sceso dal tram quando mi si è avvicinata una ragazza. Era pure carina, ma non era lì per accalappiarmi. O meglio, sì lo era. Ma non per questioni ormonali. Era lì per rifilarmi qualcosa.
“T’interessa un giornale comunista?”, mi ha detto.
Mi sono dovuto togliere la cuffia dell’mp3 per sentirla, poi le ho chiesto di ripetere.
“T’interessa IL giornale comunista?”, mi ha detto ora che la sentivo meglio.
Mi è venuto un sorriso, a vedere lei e altri due dietro di lei che cercavano di appioppare a destra e a manca (soprattutto a manca) giornaletti in bianco e nero inneggianti alla lotta comunista.
E io: “No, grazie, ce l’ho già”. Ho detto così, ancora sorridendo. E senza accennare a fermarmi. Che come al solito ero in ritardo del mio solito quarto d’ora accademico. Anche se l’università l’ho finita da un po’, ma quando una cosa ce l’hai nell’imprinting non puoi farci proprio niente. E io il ritardo ce l’ho marchiato a fuoco nel dna.
Sì, ce l’avevo già, il mio bel giornale comunista. Mi ero fermato in edicola prima di salire sul tram, a comprare “L’Altro” di Sansonetti e la P. Così le ho detto no grazie, un altro non me ne serviva.
Questo avrei fatto, ma non ho potuto. Perché io, L’Altro, l’ho seguito per tutta la prima settimana. Ma oggi ho voluto cambiare. E’ scoppiato (di nuovo) il caso Mills, e volevo un giornale che mi spiegasse la cosa in modo imparziale. Ho comprato il Corriere della Sera proprio per quel motivo. Anche se di “imparziale” ci sarebbe sì e no leggere nella testa dello stesso Mills. Ma non mi fiderei nemmeno di quello. Che la psiche, si sa, tende a conformarsi a quel che più conviene. In questo caso, forse, mentire. E c’è la possibilità che ormai si sia autoconvinto delle fandonie che è stato pagato per dire. Ammesso che i fatti siano andati realmente così.
Così alla ragazza ho detto comunque un “no grazie”. Sarà che non mi fido, sarà che da piccolo mi hanno insegnato a pensare che quelli che fanno come lei sono i drogati dei centri sociali che si vogliono comprare la dose con finti giornali. Sarà che ero piccolo, che nonostante i miei genitori tendano a sinistra hanno sempre cercato di tenermi distante dalle frange estreme. Sono diffidente. Diffidente e in ritardo. Perciò ho detto di no.
Ma mi sono un po’ pentito. La prossima volta, almeno, le chiederò il numero.
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I tempi stringono. Grazie agli imperativi dell’Ordine dei giornalisti, il calendario di noi studenti-barra-praticanti è tutto sfalsato. Per la gioia delle armate dei precari, da quest’anno niente stage nei mesi di luglio e agosto, per lasciare spazio ai disoccupati che non aspettano altro che le sostituzioni estive nelle redazioni svuotate dalle ferie.
Per questo la scuola sta già per finire il suo primo round, e già da giugno via libera alla gavetta nelle redazioni vere. Un mese, uno solo, poi uno stop forzato fino a settembre. Buon per me che amo il sole e il mare. Meno buono per me che ho bisogno di tempo e spazio per sgomitare nella mischia degli aspiranti cronisti, in questo mondo in cui di tempo e spazio per gli aspiranti cronisti proprio non ce n’è.
Da giugno sarò a fare il mio bello stage di giornalismo online in una delle principali agenzie di stampa di questo democraticissimo paese. Online, sì, perché dicono che il futuro sia lì. E nelle free press. Che però intanto stanno chiudendo sedi e tagliando edizioni. Ma suvvia, non perdiamoci in quisquiglie.
Ho un mese per far vedere se valgo. Trenta miseri giorni per uno stage richiesto dall’azienda stessa. E questo è uno scoop. Non capita spesso che non sia la scuola di giornalismo a rompere le scatole per mandare a forza i suoi allievi nelle redazioni, ma l’esatto contrario. Anche se loro le scatole non le rompono di certo.
La cosa più curiosa e bizzarra sarà cercare di imparare a fare il giornalista del web in un’agenzia di stampa. Che in fondo un sito ce l’ha, non vedo proprio perché preoccuparsi.
Ci vuole ottimismo, lo dice pure il Mister.
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Gira voce che Tremonti stia meditando da dare le dimissioni da ministro dell’economia. Pare che lui e Berlusconi non si parlino da mesi. Le motivazioni le ignoro.
Sarà vero? Non ho conferme, ma il tramonto di Tremonti è possibile. Dicono.
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C’è grossa crisi. Sì lo so che l’ho detto pure ieri, ma stavolta l’argomento mi tocca da vicino. Un articolo per il giornale della scuola. Argomento crisi. Intervistare i negozianti del Paese dei Polpacci per capire come stanno le cose. Per vedere se la situazione è davvero così tragica. Oppure no.
No. Sembra di no. Molti commercianti si lamentano, ok. Ma senza eccedere. Il bello è che alcuni dicono che è la tv a mettere paura. Che amplifica la cosa. Che da un cerino ci si è inventati un incendio.
Ma in fondo i numeri parlano chiaro. Il problema è serio, il solco è bello profondo. Eppure c’è chi sospetta che quella che era solo una fase di timida depressione sia stata trasformata in un evento apocalittico. Rendendolo apocalittico davvero. E poco integrato. Mettendo paura agli investitori, che hanno venduto i loro titoli nel timore di perdere tutto. E alle famiglie, ai consumatori, spingendoli in maniera più meno diretta a un risparmio forzato dai proclami catastrofisti. Meglio tenerci quello che abbiamo, che non si sa mai.
Non so quanto ci sia di vero. Poi l’economia non mi ha mai affascinato. Sono pure diplomato in ragioneria, ma le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere.
Fatto sta che gli alimentari – e di loro mi sono occupato soprattutto – stanno vivendo una fase di schizofrenia. Perlomeno nel Paese dei Polpacci. I piccoli soffrono, i grandi resistono. Tengono botta. La piccola distribuzione agonizza, i pesci grossi incassano i colpi senza tanti traumi.
Strano. L’economia non mi ha mai affascinato. Le uniche ragioni che sento sono quelle delle lettere. Però mi è piaciuto indagare la cosa. Nonostante i numeri. Sarà che gli interlocutori erano pur sempre persone. Che ho lavorato sui casi umani della crisi, non tanto sulle cifre.
L’uomo. E la donna. Ecco cosa m’interessa. Soprattutto la donna, ma lasciamo stare.
Sono il cronista della gente, il narratore delle piccole storie. Piccole ma vere. Vere quanto lo sono le persone, le loro vite. Vere quanto lo sono io.
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C’è grossa crisi, lo dice pure Quelo. Lo diceva, più che altro, quando ancora il suo alter ego di carne, ossa e comicità non era stato bandito dall’etere. Ma questa è un’altra storia.
C’è grossa crisi, dicevo. Crisi dell’economia, crisi dei giornali. Che le due cose non son mica distinte.
E’ crisi. Crisi e basta.
Macro. Micro.
Una fottuta crisi.
Bene.
Eppure nascono nuovi quotidiani, proprio nell’era in cui la carta viene data per spacciata. Sgualcita. Appallottolata. Infradiciata. In altre parole, morta.
Dicono non ci sia niente da fare per le notizie stampate, ma oggi stesso è nato un nuovo giornale.
L’Altro.
Impostazione di sinistra. Dodici pagine smilze. Pochi esteri. Tanta politica, inserita quasi a forza pure nelle pagine di cultura e spettacoli.
E Melissa P.
Sì, Melissa P.
Cazzo c’entra Melissa P.?
Forse perché in passato – neanche tanto passato – ha scritto una lettera aperta a Ruini. “In nome dell’amore”, si chiamava. Una lettera, sì. In forma di libro.
Devo ancora leggerlo, ma immagino fosse un inno alla laicità.
Ecco, forse, l’unico nesso con il redivivo Sansonetti.
E’ il mio corpo che cambia, e pure l’editoria. Ora le scrittrici soft-porno hanno rubriche domenicali sui quotidiani di (estrema) sinistra.
Credete sia un male?
Io no.
Non me la perderò per nulla al mondo.
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Avviso ai naviganti. Da domani questo blog sarà a pagamento. Sì, e non è colpa mia. Me l’ha detto il dottore. Il dottor Murdoch. Che ha detto a tutti che le notizie online si devono far pagare. Che sennò così non si va avanti.
Ok, io non do notizie. Questo è solo un misero blog. Però parlo di notizie. Di fare notizie. Di arrivare a poter fare notizie. E magari prenderci pure qualche soldo. Perciò vi faccio pagare. Stronzi. Tiè.
..
Se da domani quei quattro gatti che mi seguono diventano tre, significa che quel micio era proprio un coglione.
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E’ lo solfa del lunedì. Dopo la breve pausa del fine settimana, torna il momento di darsi da fare. E la testa lo sa. In qualche modo, sì, la testa lo sa. Lo sa che ci vuole quel piccolo sforzo in più. Lo sa che bisogna spremersi un po’ di più. Lo sa, e per questo fa la stronza.
Ogni benedetto lunedì ho un fottuto mal di testa. Leggero ma costante, sotterraneo. Clandestino. Se ne tornasse al suo paese. O se proprio vuole, ce lo mando io.
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Prendi l’intervistato e legalo con una corda. Se se ne va senza rilasciarti l’intervista, tu prendilo al lazo e non fartelo scappare. Non è un consiglio, tantomeno una metafora. L’Ippopotamo, esimio, gonfissimo professore di tv della scuola di giornalismo, ci ha raccontato un fatto di vita vissuta. Un suo collega di vecchia data l’ha fatto sul serio. Ha bloccato la persona che doveva intervistare placcandolo con una specie di corda. In barba alla sua riluttanza. E al bon ton.
“Questo non è un lavoro per persone educate”, è intervenuto il Lemure, minuto, spigliato professore, anche lui di tv.
E noi, così ingenui. Io, cameraman dai modi gentili. E lei, la Compagna, ragazza dal fare sottile a cui è toccato fare interviste.
Un servizio su una mostra d’arte a cui tutto il Paese dei Polpacci tiene parecchio. Pure troppo.
Ce ne siamo tornati con poche immagini. Il nostro lavoro ha rischiato di finire tutto a puttane. Ma no, alla fine ce la siamo cavati, e ne è uscito comunque un servizio da mandare in onda. Nonostante i limiti imposti dagli organizzatori della mostra. I professori avrebbero voluto più materiale, ma non ci hanno permesso di fare riprese in biglietteria, tantomeno ai quadri. Quasi tutti da inquadrare da lontano. No dettagli.
Ma pazienza, è andata lo stesso. Il prezzo da pagare – perché c’è sempre un prezzo – è stato il racconto dell’Ippopotamo e del Lemure, animali del giornalismo su schermo. Rodati da anni e anni di esperienza, il primo è addirittura in pensione e arrotonda le sue già rotondissime rotondità venendo a fare lezione da noi. E andando a cena con tutto il club dei giornalisti-professori in uno dei ristoranti di pesce più rinomati della costa. Che dista diversi chilometri dal Paese dei Polpacci, ma per magnà se fa questo ed altro. Il Marinaio, uno dei due tecnici che ci assiste nel nostro lavoro di televisivi, li ha portati in questo locale in cui sembra si mangi divinamente.
Pance piene e consigli da selvaggio west. Loro sceriffi. Noi, cowboys cattivi messi su strada a catturare gente col lazo per uno straccio di intervista.
E’ un mondo difficile.
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La pacchia è finita. Lo stop pasquale è durato una settimana abbondante, ma di pasquale ho visto ben poco. Preso come sono stato stato a recuperare il tempo perduto. Che poi perduto non era, perché a scuola sembra si possa imparare. Imparare davvero. Ma è certo che mi sono rimaste indietro delle cose da leggere. E da scrivere.
Il tempo passa. La mente si riempie di cose che vorrebbe fare. Ma c’è sempre meno la possibilità di farle.
Pasquale o no, le cose sono cambiate. Qua bisogna fare pulizia, alleggerirsi la zavorra (pure quella che circonda allegramente l’ombelico).
Provvedimenti, sì, prendere provvedimenti. Questa è una nuova vita, me ne rendo conto sempre di più. E tutto andrà per il meglio. Ci saranno impegno e tanta buona volontà. Alla faccia del tempo. E di Pasquale.
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Ma la sera a casa del Mister, si può nominare. Ma la sera a casa del Mister, che musica c’è.
Tutti a cena dal Mister, è lì che si fa carriera. Se ne parla da giorni e giorni, e stavolta qualcuno s’è incazzato. “Il servizio pubblico non è una torta da spartire”, ma ciò non toglie che sia tutto un magna magna. Tanto è vero che le nomine, alla Rai, si fanno a casa del nemico. Commercialmente parlando. A casa della concorrenza, insomma. A casa del Mister, sì. Il Mister del governo.
C’è qualcosa che non va.
Ora lui parla di “facce giovani”, di una nuova classe di direttori di telegiornali.
Scusate se sono scettico.
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Il Mister ha emesso il verdetto, Michele Santoro dovrà “riparare” i danni. E se non lo ha emesso di persona, qualcuno lo ha fatto sicuramente per lui.
Non ho visto la puntata di Annozero di giovedì scorso, ma senza dubbio guarderò quella di stasera. Credo che sarà una clamorosa lezione di giornalismo. Perché non capita spesso di assistere a una puntata “di riparazione”. Non in un paese civile, perlomeno. Non in un paese in cui l’informazione è indipendente. Indipendente davvero.
Ma da noi sembra che più che l’obiettività, a contare sia l’esaltazione del buono. E del bello. E di un giusto che è giusto perché deciso a tavolino. Preventivamente.
Ripeto, non ho visto la puntata di giovedì scorso. Ma se i dati oggettivi e le testimonianze dimostrano che quanto detto e mostrato in merito al terremoto era tutto vero, allora non capisco perché la politica e i suoi vassalli (i vertici Rai) debbano giudicare un lavoro onesto. Partigiano, sì, ma onesto. Perché Santoro è di parte, ma non dice cazzate. Farà pure vedere sempre la stessa faccia della realtà, lasciando l’altra sponda nell’angolino, ma in ogni caso non si tratta di fiction. Di finzione. E’ tutto vero, anche se a qualcuno questo non piace. Qualcuno che vorrebbe si parlasse solo di quel che crea compiacimento, che possa convenire in termini di consensi. Di voti. Di potere.
E Vauro. Censurato impunemente. Non si scherza con i morti.
Certo, però, che anche noi vivi non ce la passiamo tanto bene.
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Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. Dopo un pranzo animalesco ma non troppo (il pesce è pur sempre pesce, e come tale non ti intasa mai abbastanza), ho passato il pomeriggio in compagnia di quattro amici. Ce ne siamo andati dove per tradizione va gran parte della gente il pomeriggio di Pasqua: al mare. O meglio, per il lungomare della nostra beneodiata città.
Verso le 6 la telefonata.
Pronto?
Tutto regolare, era la mia lei. Ma poco dopo mi si è affiancato un lui che avrei fatto a meno di incontrare. Un look di lusso e un fare da giovane rampante. Pantaloni bianchi e camicia azzurrina. Mi consenta, il Capo aveva deciso di fare l’aperitivo in uno dei locali più in di questa città sempre più out. Una città che fatico sempre più a digerire (mica come il pesce), piena di giovani troppo giovani per me. E di vecchi troppo vecchi, sempre per me. Io, nel limbo di un’età che non è né carne né pesce, e che nel dubbio ha deciso di restarmi comunque sullo stamaco.
Il Capo, dunque, era lì di fianco a me, mentre telefonavo e mi accordavo con la mia ragazza sul da farsi della serata. Ogni Pasqua ha le sue sorprese, anche senza uova. O magari l’uovo c’era, ma evidentemente era fatto di cacca. Sai, il colore talvolta inganna.
Mi son trovato a non capire cosa lei mi stesse dicendo dall’altra parte della cornetta. Un orecchio all’apparecchio e un occhio sul mio inatteso e poco gradito vicino di passeggiata. Uno strabismo audiovisivo difficilmente ripetibile. Fatto sta che mi sono sentito in imbarazzo, ma a risolvermi il problema c’ha pensato lui. Come? Ignorandomi, ovvio. Non so se deliberatamente o meno, ma non mi ha minimamente preso in considerazione. Credo e spero non mi abbia nemmeno visto, ed è meglio così.
Quella volta me ne sono andato in tutta fretta, subito dopo aver saputo di essere stato ammesso alla scuola di giornalismo. Ho subito pensato a cercarmi una sistemazione lì al Paese dei Polpacci, e tanti saluti alla cara redazione in cui lavoravo. O in cui fingevo di lavorare, non per mia volontà ma per una condizione resa obbligata dall’incapacità di una Direttrice che sembrava messa lì come il più antiestetico dei soprammobili. E di un Capo affarista e poco interessato alla buona informazione, quello stesso Capo che camminava per il lungomare fianco a fianco con la moglie di un politico locale altrettanto rampante,. Suo amico, chissà poi quanto.
Ma sarò io che penso male. Chi lo sa? In ogni caso si vocifera che qualcosa sia cambiato, in quella valle dell’ipocrisia e del servilismo in cui ho sprecato la mia scorsa estate. Pare ci sia stato un cambio della guardia.
Devo assolutamente indagare.
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Mi domando perché nel giornalismo si commettano spesso degli errori così grossolani. “Il ritorno di Wolverine, il più sexy degli X-Man”. A parte la superficialità del taglio che si è voluto dare al servizio, il titolo che campeggia nel sommario del Venerdì di Repubblica uscito ieri mi lascia con un interrogativo non indifferente. E’ pigrizia o ignoranza, quella che spinge un giornalista a sbagliare in questo modo?
Perché ics-men si scrive X-Men. E perché l’inglese parla chiaro: il plurale di man è men. L’errore non sta solo nel solleticare l’animo nerd di chi legge e di farlo sentire indignato. Lo sbaglio è proprio linguistico. Logico. E’ un segno di leggerezza. Forse di fretta. O, come dicevo, di pigrizia oppure ignoranza.
Tsz.
Anzi, snikt.
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Il terremoto è allo stesso tempo il dramma e l’attualità. Sui giornali si parla delle vittime, si snocciolano numeri e dati funerei. Si fa la conta dei caduti e di quel che è materialmente crollato. I monumenti, si parla tanto pure di loro. Vespa, nella puntata di Porta a Porta di due sere fa, si è ha dovuto giustificare di fronte ai telespettatori che si stavano incazzando per il fatto che si stesse dando troppo risalto alla memoria storica. Come se quella umana non fosse la più importante, forse l’unica.
E io sono d’accordo con loro, tant’è che ho dovuto cambiare canale. Ok la cultura, ma prima c’è l’uomo. C’è la donna, il bambino, l’anziano. Prima ci siamo noi, poi loro. Prima viene la vita, poi il ricordo di essa.
Ho dovuto girare perché stavo affogando nella retorica del perbenismo di chi stava mettendo il passato prima del presente. Come se l’urgenza non fosse quella di aiutare più persone possibile. Che poi non si è detto questo, ma un simile atteggiamento mi ha infastidito. E mi ha portato a prendere il telecomando e a mettere Canale 5 per vedere Matrix. Che però senza Mentana è come un acquario senza pesci.
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La tre giorni di radio si è conclusa con altre due edizioni coordinate da me, ma con la supervisione del Placido al posto della Scimmia Urlatrice.
Il Placido è l’ex-direttore della scuola, e mi sembra di capire che sia ancora un grosso punto di riferimento. Per gli altri docenti. Per la segreteria. E pure per noi.
La cosa certa è che si è lavorato in assoluta tranquillità, complice anche l’abbondanza di servizi, alcuni dei quali avanzati dai giorni precedenti. Servizi riciclabili, non essendo strettamente connessi alla cronaca. Ma l’ultima giornata è stata segnata anche da un surplus di notizie. Per la diretta delle 12 30 ne abbiamo prodotte così tante da averne tagliate la metà per esigenze di spazio. Tutto se n’è andato liscio. Sereno. Senza gli spasmi provocati dagli strilli ingiustificati della Scimmia Urlatrice. Che intanto se n’era tornata al suo lavoro di sempre. Sì, perché i nostri docenti o sono in pensione o fanno altro nella vita. E sono tutti grandi professionisti, di oggi e di ieri.
Io mi ritengo soddisfatto. Ho lavorato bene, e mi faccio un applauso sincero. Calmo. Placido, pure lui. Perché in fondo sono severo con me stesso, e anche se sono consapevole che è filato tutto liscio, c’è quel piccolo neo per cui sorrido ma allo stesso tempo rifletto: ho coordinato sei edizioni, e nemmeno all’ultima sono riuscito a impaginare il radiogiornale in tempi decenti.
Cosa significa? Significa che ho sempre cominciato tardi a mettere in ordine il materiale – notizie e servizi – per la messa in onda. Una cosa da fare presto, sia per capire cosa e quanto tagliare, evitando interventi in extremis che rischiano di essere sbagliati e senza senno.
E poi ho concesso ai conduttori poco tempo per provare. il primo giorno, lo Stravivo me ne ha quasi fatto una colpa, lamentandosi con il suo solito fare che sa di arroganza. E che non ho ancora capito se lo è davvero. “Sono le 12 10 e ancora non ho avuto in mano il copione”, aveva detto quando mancavano venti minuti alla diretta.
Lì per lì avevo sentito il peso della responsabilità, ma poi la Scimmia Urlatrice ha fatto le mie veci nel mettergli in chiaro che i tempi sono questi, e che in radio funziona così. Che a volte non si prova. Che possono arrivare aggiornamenti in diretta. Che ci si può anche ritrovare a parlare di cose di cui non si sa assolutamente una mazza. Con termini astrusi, o magari con dati percentuali in doppia cifra da leggere come fossero scioglilingua.
Ma la questione lì è iniziata e lì finita. Tranne il fatto che neppure gli altri conduttori hanno avuto modo di provare con calma. Nemmeno le volte dopo. E’ che il caporedattore radio ne ha davvero troppe da fare, tant’è che si sta pensando di istituire una figura di vice per il prossimo anno. Cercare notizie, smistarle tra i compagni, raccoglierle una volta pronta, assicurarsi che i servizi arrivino in tempo, fare i titoli. E tante altre cose che ora non mi vengono neppure in mente. Mentre le notizie continuano ad arrivare a flusso.
Beh, tutto molto stimolante. Anche se sabato mattina ho dovuto dormire più di nove ore per cercare di recuperare. Per poi svegliarmi con più sonno di prima. O quasi.
Sarà il cambio di stagione?
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Il Tecnico ha preso la cornetta del telefono. Come sempre, alla fine di ogni diretta, ha richiamato quelli della radio che ci ospita per sentire se è andato tutto ok. Il nostro collegamenteo funziona così, via telefono. E anche oggi ha chiamato.
Pronto? Tutto bene?
..
Cosa?
..
Come no?
..
Ma com’è successo?
..
Che significa che si è interrotto a metà?
..
Ma come?
..
Ma no, non è possibile!
..
Aspetta, eh..
..
Cazzo, è vero!! Mi si è scollegata la consolle! Merda..
La Scimmia Urlatrice non aveva nemmeno la forza di urlare. Una belva snaturata dall’imprevisto. A un certo punto ha chiesto al Tecnico di farsi dare una seconda chance. E’ una piccola radio locale, si presume non abbia un palinsesto poi così rigido. Un’altra diretta, magari fra mezz’ora, non le sembrava un’ipotesi così azzardata.
Ma niente da fare. Il tecnico ha fatto cenno di no. E mentre chiudeva la cornetta ha spiegato che non è possibile perché c’è tutta una programmazione che devono seguire. E poi…
“Waaaaaaaaaaaaaahhhhh!”
Il Tecnico sembrava impazzito. Ma mentre stavo sudando freddo – sono caporedattore da un giorno, e ho già le (s)vampate – ho fatto uno più uno. Il calendario parla chiaro: oggi è il primo aprile. Era tutto un cretinissimo scherzo.
Fanculo, Tecnico. Mi devi un by-pass.
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Devo essere impazzito. La sveglia alle 7 e 25 per vedere il tg regionale. Devo essere impazzito, dato che da quando sono qua mi sono sempre alzato all’ultimo secondo utile per non fare tardi. Non sempre riuscendoci.
Oggi no, potere della radio. O meglio, potere della carica di caporedattore radio. Prima di me solo la Compagna aveva avuto queto ruolo durante una simulazione. Ho sentito il peso dell’investitura, nonostante la cosa si svolga in modo assultamente casuale, e a rotazione. Ma ho voluto essere – come si dice – performativo. Ho pensato alla performance. Ho voluto dare il meglio di me. E così, sveglia alle 7 e 25.
Riunione di redazione. Ho snocciolato una marea di argomenti accuratamente selezionati dal tg, ma ne sono serviti solo tre. E’ così che funziona. Uno si alza presto e prende qualche spunto dal lavoro degli altri. Poi propone ai professori i temi che vorrebbe affrontare, che ritiene almeno un po’ importanti. Ma poi ne serve solo qualcuno, perché è inutile dire che si lavora molto sulle agenzie che escono durante il giorno.
La prima edizione prima di pranzo. Una radio locale ci fa da spalla, offrendoci le sue frequenze per due radiogiornali al giorno. Il secondo nel tardo pomeriggio.
Tutto è andato liscio, tranne l’ultima mezzora prima delle dirette. Lei sbraitava a destra e a manca, alla ricerca di chissà cosa. Forse di una pace interiore. Lei, che tutti chiamano prof, ma per me è soltanto la Scimmia Urlarice. Che ha un ruolo di prestigio nel mondo della radio. Insomma, sa il fatto suo. Ma credo sia fortemente ipertesa, che il suo medico se ne sia accorto, ma che lei ignori bellamente l’urgenza di curarsi. E’ l’ansia fatta donna. Anzi scimmia. Urlatrice. E io lì a sorbirmela come una bevanda ghiacciata al polo nord. In poche parole, ho rischiato una congestione nervosa.
..
Beh, il resto ve lo racconto domani. Tra una cazzata e l’altra devo ancora cenare, perciò tanti saluti. Mi aspetta una bella insalata di tonno. Che, francamente, mi fa molto più gola di voi.
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Qui a scuola si fa a gara per avere libera la seconda metà di questa settimana. Il festival internazionale del giornalismo di Perugia sta calamitando l’attenzione del settore, compresa quella di molti miei compagni.
Sorteggio. La soluzione rimasta è questa. Troppa gente vorrebbe andare, il Direttore non lo consente. Così il Satiro ha trovato la via: estrarre a sorte cinque nomi. E quei cinque andranno. Le loro assenze saranno giustificate, e quindi non conteggiate nel monte ore finale.
Il Direttore ha accettato. Perché il Direttore è un gran democratico, e apprezza queste alzate d’ingegno così paritarie. Eque.
Oggi, poco prima delle lezioni del pomeriggio, si saprà chi sono i cinque fortunati. L’attesa è paragonabile a quella della riffa per l’uovo di Pasqua. Intanto si rincorrono le candidature. A quanto ho capito, almeno una decina vorrebbero andare.
E io?
Io vorrei ma non posso. Ho letto il programma dal sito ufficiale, i giorni più interessanti sono proprio i primi. Quelli in cui sono caporedattore radio. Sì, tocca a me coordinare il lavoro per le dirette di questa settimana. Un compito gravoso, ma anche un compito che non ricapiterà. Confido nel fatto che sarà molto formativo. Non posso mancare per dei dibattiti, che per quanto interessanti possano essere sono pur sempre parole. E io sono al punto di riuscire ad amare solo i fatti. Di vederli, di ascoltarli. Di raccontarli. Ma soprattutto di viverli. Basta salotto. Voglio la bottega. Nella speranza di non dimenticarla aperta.
E così non parteciperò alla fuga di massa. Poco male. Avrò modo di torchiare i miei compagni. Di spronarli a produrre notizie e servizi radiofonici. E soprattutto di tirar fuori un po’ di quel carisma e di autorità in più di cui di solito sono troppo poco sprovvisto.
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- Ma secondo te io sono integrato?
Una domanda così me l’avrebbe potuta fare chiunque, e io avrei risposto di buon grado. Ok, sì, ma tutti tranne uno. Il Satiro è davvero l’ultimo che avrebbe dovuto farla. Perché se non capissi, conoscendolo, che un simile interrogativo fa parte del suo sarcasmo, che in fondo la retorica è talmente voluta da essere quasi ostentata, beh gli avrei dato un diretto sul muso. Così, perché in fondo mi sta simpatico. E poi tra coinquilini bisogna volersi bene.
Ma sì, ma su! Ma che domande sono? Tutti ridono alle sue battute. Ci sono già i primi gruppetti – quelli arrivano sempre presto – e lui fa parte praticamente di tutti. Dal fronte comunista a quello berlusco-snob. Sì perché i primi agglomerati sociali di questa scuola sembrano avere più che altro una base politica. E ideologica. E lui è lì, in mezzo a tutti. Nonostante sia nettamente orientato da una parte piuttosto che dall’altra. Ma lui scavalca tutto e tutti, schemi e logiche. Mentre io continuo a non sentirmi né carne né pesce. Non perché non sia schierato, ma perché non è questo che mi aspettavo. Sono – come dire – spiazzato. Il cambio di vita mi ha come stordito. Aggiusterò il tiro e troverò il mio posto in questo nuovo, strano, stranissimo mondo.
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Danno per morto il mestiere che vorrei andare a fare. Danno per morto tutto un sistema che in qualche modo, e per chissà quale motivo, è diventato vecchio. Obsoleto. A vista d’occhio. Quanta fretta di morire ha, questo giornale! Questo giornale, quello su carta. Quello a mezzo stampa. Perché pare che l’informazione sia una sorta di immortale, pare che lei non morirà così facilmente. Dicono. Dicono che il web salverà capre e cavoli. Per la gioia di macellai e fruttivendoli.
Non vedo che c’entriamo noi.
Boh. Chissà. Io so soltanto che a destra e a manca sfioccano necrologi poco rassicuranti per gli aspiranti cronisti. Per quelli come me, insomma. Che inseguono una chimera che si fa sempre più chimera. Sogniamo a occhi aperti un futuro in redazioni che non è sicuro esisteranno ancora per quando sarà il nostro momento. Ammesso che arrivi.
Ma sorridiamo. Grandi testate chiudono, altre arrancano e fanno i loro conti. Porte che si chiudono ogni giorno, tant’è che non ce le sbattono in faccia. I gruppi editoriali più cicciotti rifiutano pure gli stage. Questo si dice, anche se è ancora presto per parlarne. Almeno per noialtri della scuola.
Ma sorridiamo, dicevo. Che piangersi addosso non serve a nessuno.
…
Qualcuno ha un fazzoletto?
Sniff. Sob. Sigh.
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- E tu, che dici?
- Che dico?
- Non dici nulla?
- Che devo dire?
- Sei uno che non parla, uno silenzioso?
- Sto lavorando.
Sorrido. Quasi un ghigno.
Lui se ne va, e sa quello che deve sapere. Lui vede quello che c’è da vedere. Perché lui è il Pragmatico. E’ un professore, ma è innanzitutto un giornalista. E quindi si presume abbia gli occhi per vedere le cose. E per vederle così come stanno.
Non che io sia davvero un taciturno. Anzi, chi mi conosce sa che sono l’esatto contrario. Ma diciamo che sono come le automobili nelle domeniche di troppo smog. A targhe alterne. Una volta parlo, una volta meno. Nel senso che parlo meno, non che “meno meno”. Che poi meno per meno fa più. E poi so’ cazzi vostri.
Ma deliri a parte, io non sono placido come sembro. Io sono come un animale. Cerco, voglio, pretendo il mio habitat. E finché non lo trovo non mi lascio andare.
Il gatto non si struscia, se prima non si sente a casa. Bene. Io credo proprio di non sentirmi ancora a casa. Ci vorrà del tempo, ma non so, qualcosa non mi convince. Sento come una barriera tra me e loro, una barriera che forse è solo nella mia testa. Fatto sta che delimita, fatto sta che divide. Fatto sta che spesso non so cosa dire, e quindi non parlo.
Allora vediamola così. Io sono come un animale. Cerco, voglio, pretendo il mio habitat. Ma sono un pesce, un fottuto pesce. E in quanto pesce starei muto anche se fossi nella mia vaschetta di acqua e plancton.
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Qua non c’è tempo da perdere. Lo sputtanamento di piazza avanza. Mi gira intorno e mi da dei pizzicotti come per ricordarmi che prima o poi toccherà anche a me.
Ogni volta le correzioni sono più spietate. I professori ci danno voti che oscillano tra il dodici e il diciotto. Voti in trentesimi. Il loro scopo è prendere la nostra autostima e pulirici i loro grossi deretani. Distruggere le nostre convinzioni. Farne macerie, e ricostruirci sopra inculcandoci i loro dogmi. Dogmi che dovrebbero fare di noi dei professionisti della penna.
Vogliono ripulirci sconvolgendoci. Vogliono farci il lavaggio del cervello. Vogliono depurarci. Vogliono fare di noi delle persone nuove. La realtà è sbagliata. Dobbiamo disimparare tutto perché è tutto un grosso sbaglio. Una farsa. Una burla. E noi siamo gli eletti che salveranno il mondo.
Sono finito in Matrix e nemmeno me ne sono accorto.
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Sono due settimane che manco da casa, ma di certo il cordone ombelicale è ancora lì. Bello teso e allacciato a me. Con il ventre della mia famiglia come stazione di partenza.
E’ un cordone che tira e tira e tira. L’università l’ho fatta da pendolare, per me tutto questo è assolutamente nuovo.
E tira e tira, soprattutto la sera della festa del papà. Un motivo in più per sentire quella leggera nostalgia di chi ha già l’età per andare via di casa, ma che vive ancora tutto con un occhio avanti e uno indietro. Lo chiamerei “lo strabismo dello studente fuori sede”.
La festa del papà, la scusa in più per fare quella telefonata che mi riporterebbe alle belle voci della mia casa. Di chi la abita, ovviamente. La mia casa per ora non parla. E io per ora non sono così pazzo da sentirla parlare. Per ora.
E’ così che ieri sera ho fatto il numero e l’ho chiamato. Era già tardi, e ha risposto mia madre. Le ho chiesto: “Ma babbo sta dormendo?”. “Sì – ha risposto – ma si è svegliato col telefono”. Io gli farò gli auguri, lui mi manderà qualche colpo.
Il mio genitore di sesso maschile lavora in biblioteca. Sa che suo figlio è un assiduo ricercatore di libri che leggerà chissaquando. E’ per questo che appena saputo che ero io e che volevo parlargli, l’ho sentito venire alla cornetta borbottando: “Ma vorrà altri libri? Non gli bastano quei cinque o sei che mi deve ancora restituire?”.
Ho colto la palla al balzo.
Evidentemente si è scordato della festa, la cosa non mi stupirebbe.
“Ciao ba’. Senti, mi servirebbe un libro…”
“Ancora?”
“Sì, senti..”
“E come si chiama, questo?”
“S’intititola.. mm.. Tanti auguri babbo per la festa del papà“.
Silenzio.
E lui: “Ah grazie!”
Poi abbiamo parlato del più e del meno per circa un quarto d’ora. In lui ho sentito la voglia di comunicare con me. Il nostro è un rapporto di amore timido ma vero, e di odio dovuto alla poca voglia di tollerare certi atteggiamenti reciproci. Ma è tutto ok. Siamo una bella coppia, io e lui. Non proprio interessanti come quei padri e figli da fiction, ma siamo carucci pure noi.
E via a cenare, tardi pure ieri sera.
Mentre mi cucinavo le mie tre costolette di carne, le mie due fette di petto di pollo e la mia insalata di pomodori, cetrioli e mozzarella – insomma mentre guastavo la mia linea già mezza curva di suo – pensavo al fatto che solo io, a casa mia, mi sono interessato a fare questa chiamata. Né il Satiro né l’Ultrà si sono minimamente avvicinati al telefono per fare gli auguri ai rispettivi padri. Non so se per pigrizia o se per una legittima dimenticanza. O per chissà cos’altro.
Non ci vedo nulla di grave, ma da (pseudo)cronista quale sono mi è venuta voglia di capire perché.
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Il Paese dei Polpacci è un paese di festaioli. Ieri sera ho partecipato a una festa fatta di fatti. Fatti, non pugnette. Fatti fatti di aria rarefatta. Una festa a cui non credo sia materialmente fattibile riprendere parte prima di un paio di settimane. Il fisico non regge, è un dato di fatto. Non che io mi sia fatto più di un paio di bevute per astemi mancati, ma la realtà dei fatti è che la gente non stava ferma affatto. Tutti ballavano e saltellavano come ossessi. Ossessi ma sani. Perché a guardarli bene si vedeva che erano fatti solo di divertimento e di pochi pensieri in testa. Pochi pensieri e tanti fatti. Due microfoni e pochi strumenti sbatocchiati qua e là. Musica dal vivo per gente viva. Viva davvero.
Mi sono compiaciuto a guardarli. A volte dimentico che sono finito in una città universitaria, anche se la mia carriera accademica è arrivata al capolinea almeno due anni fa. E’ un salto in avanti dalle sembianze del passo indietro più spudorato. Mi sono sentito giovane, più giovane di quanto non sia davvero. Piacevole. Sì, è stato piacevole. Ho visto un divertimento pulito fatto da gente pulita. Credo. Anche se in ogni caso i benpensanti la penserebbero meno bene di me. Da fuori sembravano tutti fatti. Sfatti. Ma io li ho guardati dentro con gli occhi di chi non ha la pretesa di giudicarli. Si stavano divertendo. E io pure mi divertivo a guardare loro.
Il reporting è anche questo.
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“Per capire come si scrive per il web bisogna capire come si legge (mmm). Usare il monitor ha delle implicazioni (e fin qui ci siamo). E’ questione di occhio (e di cosa, sennò?). Lo studio Eyetrack III ha riscontrato che la lettura comincia in alto a sinistra, si sposta verso destra e solo alla fine arriva in alto a destra (ma ti droghi?!). I caratteri troppo grandi rendono fastidiosa la lettura (e quelli troppo piccoli fanno perdere diottrie). I titoli sottolineati scoraggiano la lettura dei sommari (e su questo potrei pure essere d’accordo). Il titolo è vitale, se è moscio ciao lettore (sacrosanto). La lettura è più lenta: sul video la velocità diminuisce del venticinque per cento (siamo sicuri?). Secondo Jakob Nielsen (e vi fidate di uno che ha dato il nome a un detersivo per i piatti?), studioso dell’usabilità della pagina online (usa-che?), un testo su internet non dev’essere più lungo della metà dell’equivalente su carta (quindi dovrei prima stampare i miei post per capire se sono troppo lunghi?). E solo il 16% legge parola per parola.”
Già siete quattro gatti a leggere questo blog. Se davvero solo il sedici per cento di voi mi legge con attenzione (e il sedici per cento di quattro equivale a un poco rassicurante 0,64), vi avverto: io chiudo bottega.
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Non parla tanto, l’altro coinquilino. Certo non è come il Satiro, l’Ultrà. Mentre quello è inarrestabile nel suo parlare e fare battute, lui è più taciturno. Sarò io a non andargli a genio?
Il giorno del trasloco mi guardava coi suoi occhi chiari e con un ché di inquisitorio. Sembra il tipo di persona che finché non ti conosce bene non ti da poi tanta confidenza. Si ferma al minimo sindacale. Insomma, in parte ci assomigliamo. Ma chissà se ci sono i margini perché nasca un’amicizia…
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Ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Abbiamo, sì. Che bello poter parlare al plurale, come se parte di un gruppo in cui in realtà non è che mi senta poi così inserito. Ma fa niente.
Dicevo, ieri abbiamo partecipato a un’assemblea di giornalisti vegliardi. Alla premiazione di alcuni professionisti attivi da più di venticinque anni. Per loro la medaglia al valore, per noi uno spettacolo da ridere. O forse no.
Le lezioni sono state interrotte per farci assistere a questa pantomina. In cui il presidente dell’Ordine regionale, in compagnia del retorico sindaco del Paese dei Polpacci ha consegnato premi e riconoscimenti con parole che puzzavano di vecchio e di precotto.
E noi cosa c’entravamo? Credo abbiano voluto farci vedere cosa ci aspetta. Semmai troveremo un lavoro, forse anche noi tra venticinque anni riceveremo la fantomatica medaglia. Una chimera. Prima di arrivare bisogna pur sempre partire.
L’introduzione del primo cittadino, la pappardella di parole del vicepresidente. E poi la premiazione. Il più anziano di loro scattava foto con la smania di un giapponese davanti al Colosseo. Il meno anziano si lamentava perché il collega ottuagenario l’aveva immortalato quando ancora non era in posa, intento com’era a stringere la mano del sindaco.
Noi studenti abbiamo cominciato a guardarci intorno, nella speranza di trovare qualche sguardo consolatorio. Sono volate smorfie di stupore e di disappunto. Cinquemila euro di retta, e ci fanno assistere all’impaccio di questi vecchietti a fine carriera. Era evidente che ci sentivamo quasi tutti fuoriluogo.
Una noia. Ma la noia ha le gambe corte. Il Satiro si è girato verso di me e mi ha chiesto: “Ma che è ’sta farsa?”. Sono scoppiato a ridere, perché mi aveva letto nel pensiero. E lui si era messo a ridere con me. Il Satiro è uno che fa ridere, lo dice il nome. Uno a cui piace ridere ma soprattutto far ridere, e che lo rende lampante come il sole di giorno.
Mi ero già riassopito, in bilico tra la sonnolenza e il coma profondo, quando l’uomo produttore di risate si è alzato al suono di un “ci penso io” ed è uscito di colpo dall’aula. Dove sarà mai andato? La risposta sarebbe arrivata di lì a un minuto, quando il Satiro se n’è tornato con in mano una bottiglia di spumante. “Qui bisogna festeggiare”, ha detto rientrando. E tutti a ridere. Io pure, ma non capivo. Anzi sì, ho ricollegato dopo qualche secondo che si trattava di quella stessa bottiglia che se ne stava lì buona buona sul tavolo di fianco alla fotocopiatrice dell’aula computer. Era lì da almeno una settimana. Poco più tardi mi sono fatto spiegare che il martedì precedente avevano festeggiato il compleanno della Bidella, e che delle due confezioni di spumante se n’era consumata solo una. Ovviamente accompagnata da un gabaret di biscotti di pasticceria. Perché ancor più ovviamente io arrivo sempre tardi. A festa finita. Quando è ormai troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Forse anche l’amicizia. Chissà. Speriamo di no.
Per fortuna c’è il Satiro, che per la cronaca è pure il mio coinquilino. Uno dei due. L’altro, l’Ultrà, è tutta un’altra pasta.
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A poche ore dalla fine della prima settimana, è forse ancora presto per fare un bilancio dell’esordio di questa nuova vita. Sarebbero tante le cose da dire, ma la stanchezza ha la meglio. Tantissime le soddisfazioni, molto l’impegno. E non ci sono regole. Solo l’amore per quello che si fa. Ma non è il tempo del racconto. E’ quello del lavoro e della fatica. Del sudore, sì. Di quello dei polpastrelli e dei neuroni.
E’ stato un buon inizio. Questa la summa, le confidenze arriveranno. Oh, se arriveranno…
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Ecco dove sono finiti i grandi maestri. Sicuramente molto lontano da qui. Sono forse nelle grandi testate, a fare i conti con il marcio di cui noi ancora sentiamo soltanto l’odore. Dell’odore. Sono là, a dare il buon esempio, ma solo quando serve.
Ferruccio De Bortoli ha detto no, niente incarico ai vertici della Rai. Prima si è detto disponibile, poi ha valutato bene la cosa e ha detto no. Non ci sta, De Bortoli. Ha detto che avrebbe avuto solo il ruolo di tramite tra l’emittenza e chi decide le cose prima che lui possa farlo. Una posizione da spettro della scena, da uomo della scrivania. Una condizione di impotenza decisionale.
Non so quanto di tutto questo sia vero. Ma di certo stimo la sua fermezza, la sua voglia di continuità. Sì, perché continuerà a fare quello che probabilmente più gli piace. Il giornalista. Continuerà a dirigere il Sole 24 Ore, e immagino lo farà con il solito rigore.
In questo mestiere ci vuole la mano ferma. Morbida, ma ferma. Ci vuole polso, molle ma determinato. Tempo fa cercavo un grande maestro, forse ora l’ho trovato. Anche se è lontano da me. Ma è pur sempre un simbolo, una sorta di spirito guida.
Mentre io sono già saturo di impegni. E mi ritrovo a scrivere qui, a un passo dalla mezzanotte, con una pila di piatti ancora da lavare.
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Ventinove facce nuove, e me ne ricordassi una. Beh sì, due o tre certamente me le ricordo. Ma lì non è tanto questione di memoria visiva, quanto di ormoni. Ventinove facce nuove, tra simpatiche e meno simpatiche. E antipatiche, ma per ora è solo un fatto di pelle e niente di più.
Quando sono entrato mi son sentito un clandestino. Quasi ho temuto l’arresto per quello stupido reato che hanno introdotto da poco. Ma poi mi sono ricordato di essere arrivato a giochi iniziati, a una settimana dall’inizio delle lezioni. Già ho visto l’ombra dei primi gruppetti, e ho sentito l’odore di amicizie e antagonismi. E pure qualche sguardo languido, ma questa è un’altra storia.
Otto ore. Otto lunghissime ore di lezione, per chi come me ha perso l’abitudine, sono come otto lunghissime ore. Per otto. Per otto. E per otto ancora. Non finivano più. Una sofferenza, davvero. Ma la fatica la senti meno, quando sai che in fondo fa parte del premio che ti sei conquistato. E nel modo più inaspettato. Finalmente ho avuto una bella botta di culo. E ci voleva.
Otto ore di lezione, dicevo. Già si parla di etica, di deontologia professionale. So che gli altri ragazzi si sono fatti qualche prova di scrittura. Oggi i professori hanno portato gli articoli corretti, ed è stato un massacro. Un’esecuzione di piazza. Hanno chiamato i miei compagni (compagni?) uno a uno, e li hanno sfottuti su ogni minima cosa.
“..e gli ha ammanettato i polsi”, ha letto il Comico (ora chiamerò così il professore che fa più ridere). E ha proseguito dicendo: “Ora tu dimmi cos’altro gli avrebbe potuto ammanettare. I piedi? O che cos’altro? Non me lo far dire, va’!”
Troppo forti.
Mi sono già innamorato dei docenti. Mi sono divertito, anche se credo che mi divertirò meno quando la gogna pubblica toccherà a me.
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Poco tempo per preparare, chiudere baracca e burattini e andare via. Destinazione Paese dei Polpacci. A fare il giornalista praticante. Dio mio quanto suona bene questa cazzo di parola. Praticante.
Praticante.
Praticante, cazzo!
Per una volta il tag “delusioni” se ne starà buono lì, senza essere cliccato. Oggi è la mia festa, oggi è il giorno della mia partenza verso una meta che in realtà è una galleria. Un tunnel. Un punto di passaggio senza poche possibilità di ritorno. Inizio un percorso di formazione. Un caro amico reduce da una scuola di giornalismo ma ha avvertito: lì lavorano per creare in te una certa forma mentis, quella più adatta per fare questo mestiere. Che detto da una persona meno amichevole di lui sarebbe suonata così: “ti faranno il lavaggio del cervello fino a spersonalizzarti, per fare di te una macchina capace di comunicare la realtà come è meglio che sia”.
Bene? Male? Lascerò al tempo il tempo di decidere. Oggi è il giorno della mia festa. Oggi è il giorno di fare i bagagli e di cambiare vita.
Ciao Capo, ciao Direttrice. Non vi dimenticherò, i cattivi esempi non si scordano tanto facilmente. Da voi ho imparato che c’è del marcio, me l’avete fatto capire subito servendomelo su un piatto d’argento. Ho già visto la svogliatezza di una certa editoria. Ho osservato da vicino la subordinazione alla politica e alla partigianeria di chi scrive. Racconti omessi, anche sul mio diario. E che forse tirerò fuori, se mai avrò voglia di ritirarli fuori dal cassetto. Per il momento, ho messo via un bel po’ di cose. E le prime cose siete stati voi.
Da domani si cambia. Da domani mi sentirò un po’ più cronista di quanto non mi senta oggi.
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Driiin.
(Telefono)
Pronto? Kronakus?
..
Ce l’abbiamo fatta!!
L’altro ha rinunciato. E’ stato preso anche in un’altra scuola, quindi ha rinunciato.
Il posto è tuo.
Ok?
..
Non mi sembri così entusiasta.
Pronto?
Kronaaakuuuusss?
Ci seeeiii???
C’è nessuuunooo??
Kroooonaakuuuuuussss?
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Devo essere impazzito. Stamattina mi sono alzato con la smania di saperne qualcosa di più. Ho pur sempre l’indole del cronista, o di qualcosa che gli assomiglia. E così, un po’ per masochismo, un po’ per la voglia di chiudere la questione e di ritrovare la pace dei sensi, ho chiamato la segreteria della scuola per sapere quanti ne hanno ripescato.
Cinque. Sono cinque i bastardi, e io sarei stato il sesto. Bastardi. Bastardi. Bastardi maledetti! Non mi hanno preso per uno. Uno soltanto. Uno stronzo che avrebbe potuto rinunciare come hanno fatto gli altri cinque. Non è difficile: prendi e mandi a fanculo tutto. Proprio come devo fare io, ora che oltre il danno ho scoperto pure la beffa.
E fanculo pure al segretario, che mi ha raccontato di come in realtà il maledetto quinto non si sia ancora presentato. I corsi sono cominciati ma lui non si è visto, nonostante abbia pagato la retta. Che non è mica poco, eh. Maledetto pure lui, che ha il pane ma non ha i denti. Mentre io i denti me li sto consumando a mordermi le mani come un castoro intento a divorarsi un baobab.
Dice, il segretario, che se non si fa vivo potrebbero ripescare ancora. Stronzo. Alimentare in me l’utopia del ripescaggio è un colpo basso. Davvero un bel colpo basso.
Questo penso, mentre una parte di me avrebbe voluto chiedergli chi è, questo desaparecido. Per andare a casa sua, urlargli in faccia quanto è idiota. E per rapirlo, così saprò che a scuola non ci andrà di sicuro.
Così, se non fossi finito in galera, sarebbe toccato a me.
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Ripensarsi. Non ha senso stare a piangere sul latte versato, che poi il latte annacquato non se lo beve più nessuno. E con sta crisi che c’è, tanto vale tenerselo stretto. E buono. A maggior ragione se penso che il giorno in cui il latte me lo comprerò da solo è ancora molto, molto lontano. Pochi i soldi, scarse le prospettive. Eh sì, meglio ripensarsi.
Potrei andare a fare l’infermiere specializzato. A quanto ho saputo, Riotta lo ha suggerito ai ragazzi che studiano giornalismo. Meno male che ci sono questi guru buontemponi. Che incoraggiano. Che stimolano. O che più semplicemente vogliono aprire gli occhi a chi ancora sogna.
Ma io l’infermiere specializzato non lo farò mai. Non ho i mezzi. Non ho studiato per quelle cose lì, io. E non è orgoglio. E’ la consapevolezza di essere totalmente inadatti. E poi la vista del sangue altrui mi fa raggrumare il mio. Io sono l’uomo (l’uomo?) del sociale, così poco forgiato sulla cronaca. Soprattutto se nera.
Io sono l’uomo del domani. Un domani che ancora non vedo roseo come avevo sperato. Ma non è tutta Gazzetta quella che luccica. Guardiamo il lato positivo: sono ancora un uomo Libero, anche se fingo di scrivere per un vero Giornale in questa assurda Repubblica delle banane. Ma domani è un altro Giorno, con il suo Mattino. Vivi il tuo Tempo, come se ci fosse il Sole 24 ore e non arrivasse mai un Corriere della Sera. Scrivi la tua vita su un Foglio, siamo in Europa, cribbio! Sii Messaggero di pace e di speranza per la tua Nazione. Credi nell’Unità delle persone e fanne il tuo Manifesto di vita. Non potrà mai andarti male nulla. E anche dovessero investirti il cane, non preoccuparti: lo raccoglierai domani, il Resto del Carlino.
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Pronto, chi è?
Ohi, ciao Collega! Come ti butta?
A me bene, grazie. Cioè, bene.. Non ci penso, diciamo. Tu ti sei ripreso?
Maddai, chi vuoi che ci creda? Lo so bene che è stato uno smacco pure per te.
Ah no?
Sei sicuro?
Beh tu sei un uomo forte. (Io no)
Cosa? Hai un motivo per essere contento?
Certo, tutti ne abbiamo.
Io peresempio sono contento perché la mia gatta sta meglio. Se l’è vista brutta, sai?
Beh sì, è anziana… A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Che spavento guarda. Fortuna che quei veterinari sono i più bravi del mondo.
Ma insomma, dicevi?
Ah.
Eh. Ok.
Ma perché sei felice?
Cioè.. non che mi dispiacca ma..
Come?
Cosa dici?
Ci sono novità sulla scuola?
..
Che novità?
..
..
..
..
Ah.
..
..
Bravo.
Sì, sì. Mi fa piacere.
Sì.
Certo che mi fa piacere. Cazzo di discorsi fai?!
..
..
Mm-mm.
Capito.
Beh, come dire..
..
Congratulazioni.
E quanti ne avrebbero ripescati?
..
Ah non lo sai.
Capisco.
..
Ok.
..
..
No no, sto bene. Tranquillo.
..
Mm.. no. Non mi hanno chiamato.
No.
Sì sì ma è tutto ok.
Va bene così.
Sono forte io. (E invece no)
Eh eh.
Beh bravo. Complimenti ancora.
..
Eh eh!
Mm..
E quindi cominci?
Ah. Lunedì prossimo.
Molto bene.
Mm-mm.
..
..
Sono proprio contento per te!
..
..
Ora se non ti dispiace devo andare.
Ho lasciato il gatto sul fornello.
Eh sì, sai.
A una certa età i reni dei felini iniziano a incepparsi. E lì so’ cazzi!
Tanto vale farli smettere di soffrire.
Sì sì, sto bene. Davvero.
Solo che, seriamente, poi mi si cuoce troppo.
..
Ah-ah.
Ciao bello. Salutami Rossella, e dille che può anche andare a farsi in culo.
-click-
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Ci sono fasi e controfasi.
Ho sentito il bisogno di prendere le distanze da tutto questo strano mondo che mi sono creato. Un mese esatto di silenzio, un mese di giornalismo indegno dell’etichetta, a leccare culi e a lucidare scarpe ricoperte di fango. Un mese di distacco dal virtuale, che di virtuale basta già la mia vita.
Niente blog, niente mail. Solo la non-voglia di lavorare con gente per cui non riesco proprio a provare stima. Il bisogno di silenzio, come se solo il silenzio potesse garantirmi un po’ di pace interiore.
Non so nulla di eventuali ripescaggi, ormai mi sono scoraggiato. Non sono propriamente un esempio da seguire, no. Bambini non rifatelo a casa. Davvero. Voi che ancora fate “oh”, più o meno come fa un piccione. Mentre Luca era gay.
Meno male che Povia c’è.
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C’è chi scende e c’è chi sale. Chi si abissa per la delusione e chi si eleva sul piedistallo di re del mondo. O di qualcosa del genere. E io re del niente. E del tutto. Del tuttofare, quello che magari un giorno sarò. Pieno di nulla e vuoto di senso. O saturo di me stesso e dei miei stessi pensieri. Come questi.
Nel giorno in cui il sogno americano rinasce, quello di un povero aspirante cronista continua ad affossarsi nella tomba delle illusioni. Ma sopra la mia culla di terra, formiche e vermi l’erba ricrescerà. Sarà Obama a piantarla. A concimarla. A benedirla.
Speriamo non passi un Bush qualunque, pronto col suo taglierba elettrico a sflaciare tutto. Che fosse per lui, si sa, ci sarebbero solo cespugli. E frutta, tanta frutta. Grappoli e grappoli. Grappoli di bombe a grappolo.
Oh per Bacco, è il nuovo mondo!
..
Ah sì?
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Sono spiacente di doverle comunicare che, visti i risultati delle prove di selezione, lei non è compreso fra i primi trenta candidati in graduatoria ammessi alla Scuola di Giornalismo di .. per il biennio 2009/11.
La sua posizione in graduatoria è la seguente: 36. Tuttavia, Vista la sua posizione in prossimità degli eletti, è mio compito comunicarle che, in caso di eventuali rinunce, lei potrà essere convocato in un secondo momento.
Mi auguro comunque che lei vorrà partecipare alle selezioni per il biennio successivo.
Cordiali saluti.
Il Direttore.
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Sono burocraticamente stanco di questa burocrazia. Mi sono lentamente scocciato di questa lentezza. Mi sto sciattamente indispettendo di tutta questa sciatteria.
Mi sto incazzosamente incazzando.
Cazzo.
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“Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo.”
Questo avevi pensato. Questo avevi scritto…
Balle!!
Stupido. Scemo. Cretino.
Illuso.
Davvero hai creduto di avere una risposta così “presto”?
Sei proprio stupido. Scemo. Cretino.
E illuso.
Tsz.
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Eppur si muove, diceva qualcuno. Ma non si riferiva di certo alla segreteria della scuola di giornalismo. Dove forse forse, oggi, hanno aperto la porta dell’ufficio, si sono seduti alla loro postazione e hanno rialzato il loro bel culo intonso solo per farsi il loro caffè lungo fresco di macchinetta. Extra-zucchero. Poi a casa. A lamentarsi con i familiari del rientro a lavoro.
Tutto questo è accaduto mentre decine, centinaia di persone se ne stavano incollati ai loro monitor, a refreshare la pagina delle mail. Seduti alla loro postazione. Rialzando il loro brutto culo (tra cui il mio, che poi così brutto non è) sicuramente non intonso (vista la tensione) per farsi la loro camomilla. Lunga. Senza zucchero, che funziona di più. Poi niente. Solo la possibilità di lamentarsi su qualche stupido blog dell’inefficienza degli uffici italiani.
Oh Rossella, domani è un altro giorno. Ma sarebbe dovuto essere oggi.
Mi sa che il ciclo ti ha sfasato il calendario.
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“L’epifania tutte le feste porta via”. Il re dei luoghi comuni. La frase fatta per eccellenza. Ovvero, tutto quello che il giornalista deve evitare come la peste. Quella più nera.
Mercoledì 7 gennaio. Telegiornale regionale della nostra beneamata televisione di stato. Lancio dallo studio per introdurre un servizio sul maltempo. Testuale: “E anche se l’epifania tutte le feste porta via, non ha però portato via le nubi e le correnti fredde che stanno portando neve sulle nostre cime da ormai diversi giorni”.
Il giornalista in studio è il direttore di testata. Il giornalista in studio è stato un mio professore all’università, docente di uno dei pochi corsi di giornalismo previsti dal nostro maldestro piano di studi. “Evitate i luoghi comuni e le frasi fatte. Come la peste. Quella più nera”. Parole sue. Parole che condividevo e che condivido tuttora. Parole in cui ora, però, non credo più. Ci credo ma a modo mio. Perché la fonte non è attendibile. E un altro tassello della formazione base di un giornalista è verificare l’attendibilità delle fonti.
E’ quasi meglio YourTv. Quasi.
Intanto ancora nessuna notizia. La segreteria dev’essersi svegliata con pigrizia. Spero che a minuti esca dal torpore natalizio e mi invii questa benedetta mail.
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Domani è un altro giorno. Le cose si guardano intorno, e poi vanno via col vento. E dunque sì, domani è un altro giorno. Lo dice pure Rossella. Non il giornalista. Quella del film. Colei che è saggia, e che quindi ha ragione. Mai darsi per persi. La speranza è l’ultima a morire. Rossella non deve morire.
Domani potrebbe essere il grande giorno. Della vittoria, o della sconfitta più grande. Ai posteri (?) l’ardua sentenza. Domani. Che poi è oggi, ma finché non dormo e non mi risveglio, per me oggi è sempre oggi, e domani è sempre domani. Anche se dopo la mezzanotte è già ieri.
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Il mondo è in guerra. I cronisti osservano e ascoltano. Le bombe cadere, gli edifici crollare. La gente morire.
lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
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lagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorirelagentemorire
E io cosa farei? Anzi. Ma io, lo farei? Che cronista sono? Anzi. Che cronista sarei?
Domande. Senza risposta. Perché sogno una professione ma ancor prima sogno la vita. Perché sto aspettando una risposta importante, ma credo che la mia esistenza su questo pianeta venga prima di ogni cazzo di carriera.
E penso pure di essere un vigliacco. Forse. Magari sì. O magari no. Perché il cronista di guerra fa una scelta ben precisa. Una scelta che non sento mia, e che molto probabilmente non farei mai. Che non farò mai. Perché io sarò giornalista. Ormai è sicuro. Me l’ha detto Paolo Fox.
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Gli ultimi giorni a brancolare nel buio, l’ultimo week-end nell’incertezza. Manca poco. La notizia sta per arrivare. L’esito della selezione, la risposta. Se entrerò o meno alla scuola di giornalismo. Se dovrò continuare, oppure no, a lavorare tra un Capo avaro e privo di stimoli e una Direttrice senza metodo né qualifiche. Se potrò cambiare pagina, premere l’acceleratore e guardarmi allo specchio dicendomi: “Sì, ora ci provo davvero”.
Dubito che lunedì avrò il responso. Martedì sarà di nuovo festa, e non mi stupirei se le segreterie facessero il ponte. Temo che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì, mentre fagocito torroni per la mia fame nervosa. Ma ora basta. Basta torroni, davvero. E che diamine!
…
Qualcuno ha un pandoro che gli avanza?
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Ciao ciao 2008, ben arrivato 2009. Spero sia andato tutto bene, durante il passaggio del testimone. Il cambio dal vecchio al nuovo. Un nuovo che spero si rivelerà realmente nuovo. Un anno, questo, in cui mi auguro cambino molte cose. La prima: il lavoro. Che smetta di essere lavoro scarsamente retribuito e inizi a essere un praticantato serio. Scuola, sì, ma sempre di praticantato si tratta. La vera via per arrivare in alto. E per “alto” intendo uno straccio di posto, con una posizione riconosciuta dall’ordine dei giornalisti. In alto, sì, nonostante la salita. L’enorme, colossale salita.
Dicono che il 2009 sarà l’anno di Obama. Il mondo lo attende, in tantissimi confidano in lui. Bene: io sono il mio mondo, e spero proprio che la scuola di giornalismo sarà il mio Obama. Quel qualcuno, quel qualcosa a cui aggrapparmi e affidare sogni ed energie. Quella speranza di poter rialzare la testa e guardare avanti.
Buon anno a tutti, aspiranti cronisti e non. Che un augurio, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno.
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Son giorni di festa, ma non per la mia pazienza. Non per il mio cuore, per via di quest’attesa. Mentre tutto scorre, ma a quanto pare il tempo no.
Buon Natale, anche se in ritardo. E felice anno nuovo, anche se in anticipo. Come sempre, non azzecco mai il tempo. Quel tempo che non passa, mentre tutto scorre. Ecco. Il cervello a loop. A disco rotto.
Ma è meglio che non pensi a come penso. Mi strafogo di pandoro, e non è certo uno scoop. Mangio per non pensare, mentre la mia linea m’imporrebbe di pensare per non mangiare.
Auguri a voi e al vostro colesterolo.
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Me la sono tirata un po’. Mi sono scoperto scaramantico, e non l’avrei mica detto! Ma le situazioni precarie, si sa, fanno dell’uomo il burattino di riti propiziatori e amuleti scaccia-sfiga. Io mi sono limitato a non parlare con nessuno dell’esito della prova scritta, forse perché inconsciamente convinto che questo potesse aiutarmi nella fase successiva. Perchè sì, incredibile, ho passato la prima selezione. Sono in fondo alla graduatoria, ma l’ho passata. Sono penultimo. Ma ci sono.
Ora serve un miracolo. Un altro. Ok: un altro e mezzo.
Perché ne parlo? Semplice. Perché la prova orale è stata oggi. Non l’ho detto quasi a nessuno. Vediamo se questa tattica darà i suoi frutti. Vediamo se mi salverà dalla gogna di una commissione dal fare saccente e tendenzialmente superbo. Vediamo se mi farà superare quello scoglio insormontabile che mi sono messo davanti con le mie stesse mani, quando preso dall’emozione ho spavaldamente affermato che Kabul è la capitale dell’Iraq. Mi hanno guardato come fossi un alieno. Probabilmente lo sono. Sono un extraterrestre. E.T.-telefono-casa. Perché è proprio lì che sarei voluto andare a rifugiarmi. Di corsa.
Ma it’s ok. E’ ancora tutto sotto controllo. Il controllo di qualche dio che dovrà essere particolarmente misericordioso.
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Mi sono preso una settimana abbondante. Sabbatica, ma per modo di dire. Perché dopo la tragedia della prova scritta non mi sono fermato. No. Non mi sono fermato. Anche se una parte di me avrebbe voluto. Sì. Avrebbe proprio voluto.
Cultura generale: quasi un testa o croce. Prova d’inglese: degna della Ricotta di Zelig. Articolo: la mia scrittura ha sconfinato oltre la decenza dell’esposizione pulita e chiara. Insomma, è andata oltre le richieste della commissione, ma non in senso positivo. Anzi. Ho messo troppo me stesso laddove mi veniva richiesto di azzerarmi. di scrivere da automa, che è un po’ il dogma del giornalismo anglosassone. Anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo.
Mi consolo al pensiero che ci fossero meno candidati del previsto. La selezione naturale sarà meno crudele, ma comunque naturale. E mi viene naturale pensare di non essere tra i più competitivi. Ora non posso che affidarmi alle disgrazie altrui. Che tanto di cinismo in giro non ce n’è mai troppo. Rincaro la dose e me ne fotto.
..
Ok. Non ci crede nessuno. Tantomeno io, che spero in bene per tutti. O quasi tutti. Va bene: soprattutto per me. Ma degli altri non so proprio infischiarmene. Io, che attendo il risultato che sarebbe dovuto uscire oggi. Ma la burocrazia, si sa, rallenta tutto. E io, burocraticamente, me ne torno sui libri. A fingere di concentrarmi, nell’attesa del giorno del giudizio.
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Ci siamo. Poche ore e scatta l’ora X. L’ora dell’esame di ammissione alla scuola di giornalismo. La prima parte, quella scritta. Poi seguirà l’orale. Chissà quando.
La mente è piena di concetti. Ed è stanca. Tra poco cercherò riposo in un sonno che tarderà ad arrivare. Ma proverò lo stesso: un buon riposo è il presupposto di una buona performance. ‘Notte a tutti, domani è un altro giorno. Questo è poco ma sicuro.
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Il web-countdown ha mancato una tappa. Ma per un giorno perso, uno se ne guadagna. Ho finalmente vinto la mia guerra contro il tempo. Era ora. Ho vinto io, sì. Ah-ah. Sì. Sono il migliore. Ora finalmente tutti quanti la smetteranno di dirmi che sono lento. Perché ho battuto il tempo. Ah-ah.
Come? Semplice. Si è accorto di essere un tirchio clamoroso. Che non ero io a non farmelo mai bastare, ma che era lui a essere poco gentile e generoso nei miei confronti. Così mi ha concesso un giorno in più per studiare. Sì, un giorno in più. One more day. Fateci caso. Il “meno quattro” è datato giovedì 4 dicembre. Il “meno tre”, questo post, è di sabato 6. Perché? Ripeto. Il web-countdown ha mancato una tappa. Eppure il conteggio resta sempre lo stesso. Invariato. Lineare. Senza salti. Né errori. Forse.
Il motivo? L’ho detto. Fate attenzione, quando scrivo. Il tempo si è arreso e mi ha concesso un giorno in più per studiare. Le malelingue dicono che sono un coglione. Che ho fatto male i conti sin dall’inizio. Anzi, i numeri erano quelli, ma i riferimenti erano sballati. Sbagliati. Dicono che avrei dovuto arrivarci subito, che lunedì 8 sarà un giorno di festa, e che nessuna folle commissione si presenterebbe mai per esaminare il gruppo di kamikaze e futuri disoccupati che tenterà l’impresa.
Dicono che l’ho sempre saputo. Fatto sta che la prova scritta sarà martedì 9, in barba a tutti. Al tempo. Alle malelingue. E alla mia coglionaggine.
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Tra poche ore sarà già week-end, e io sono ancora in alto mare. Il lavoro mi consuma tempo ed energie. Studiare, la sera, diventa uno sforzo non indifferente. Ce la sto mettendo tutta, ma una cosa è certa. Così certa da esser scontata. Il mio sarà un tentativo disperato.
Le cose da sapere tendono a infinito. Quelle che so, allo zero. Posso fidarmi di poco più di quello che ho immagazzinato durante la mia carriera di studente. Diligente ma con scarsa memoria. E tutto il nozionismo del diritto, tutta la completezza richiesta dalla storia.. sono lussi che in questo momento non mi posso permettere.
Ma mancano quattro giorni. Poche lagne e tanto impegno. Io credo nei miracoli. Speriamo che i miracoli credano in me.
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Cambiare mestiere. Un consiglio che arriva alle mie orecchie sempre più spesso. Amici, parenti, compagni di sventura. Tutti uccelli del malaugurio. Forse, tutti più realisti di me.
Ma no, non lo farò. Non ancora. Se non dovessi entrare tra gli studenti del prossimo biennio potrei pure pensare di seguire il suggerimento. Lo stesso che il Mister ha dato ai direttori di Stampa e Corriere della Sera. Cambiare mestiere, appunto.
Ora non si può. Sono qui, a ridosso di un bivio, per tentare la sorte. L’esame di lunedì prossimo. Quindi, parafrasando qualcuno, “posso solo aggiungere che questo mestiere il sottoscritto continuerà ad esercitarlo, anche se qualche volta è capitato e capiterà di fare un dispiacere ad amici e parenti”. E “questo blog è qui a dimostrarlo”.
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Quando ti prepari per l’esame di ammissione a una scuola di giornalismo è come se ti venisse richiesto il dono dell’onniscienza. Non è tra i requisiti elencati nel bando, ma i fatti dimostrano che sarebbe già un buon punto di partenza. Sapere tutto. Di tutto. Perché è tutto di tutto che ti possono chiedere. Me l’ha detto chi c’ha provato e non ce l’ha fatta. E anche chi c’ha provato e che invece ce l’ha fatta. Il comun denominatore è questa sorta d’infallibilità della conoscenza. Il bisogno di un miracolo. E di un culo grande così.
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Una settimana alla prova del nove. I nervi si accavallano nella difficile impresa di mantenermi sano di mente. Tra una “breve” e una marchetta, mi sforzo di non sprecare le mie serate, trascorrendole su libri e dispense avute in prestito da un vecchio compagno di università. Il tempo è denaro, quella cosa che negli ultimi mesi ho visto solo in foto e nelle promesse fatte a denti stretti.
Setti giorni per spingermi in avanti. Anche se sarà parecchio difficile, l’impresa va tentata ugualmente. Impugno la penna, arroto la mente. Rincorro il sogno per svegliarmi dalla realtà. Che mi sta stretta come la tutina di un bambino indosso a un adulto. Un adulto obeso.
E io non ho nessuna intenzione di fare una dieta.
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La credibilità di un giornalista la si nota anche quando i ruoli s’invertono. Quando da intervistatore diventa intervistato, e rispondendo alle domande regala qualcosa in più di sé. Della sua professionalità.
Quando a finire sotto il torchio è addirittura un direttore di testata, le conseguenze si fanno più pesanti. Viene intaccato chiunque lavori per lui, viene marchiata a fuoco un’intera linea editoriale.
Che poi non ne esce niente che già non si conosca. Ogni giornale, tg, radiogiornale o sito di informazione ha un suo sigillo all’esterno. Chi entra in quel mondo è pregato di sapere tutto sin dall’inizio. Di aver capito le regole del gioco prima del primo giro di dadi, cosciente del fatto che ognuno racconta il mondo secondo la propria lente d’ingrandimento. Anche se così non dovrebbe essere. Ma il giornalismo anglosassone, quello dell’imparzialità sempre e comunque, sembra sempre più un’utopia di altri tempi.
Si tende a mettere in mezzo la deontologia, ma ripeto: per me è innanzitutto una questione di credibilità. Stamattina, dopo aver letto le dichiarazioni rilasciate da Clemente J. Mimun al Messaggero, mi è sorta più di una domanda. Ho visto come il direttore di un telegiornale importante come il Tg5 riesca a fare politica non solo attraverso il quarto potere del giornalismo, ma anche sfruttando l’autoreferenzialità dello stesso. Il Messaggero ha intervistato Mimun per discutere di giornalismo. Un esperimento di “metagiornalismo” che non è nuovo, e che di certo può essere utile a chi legge. Per capire certi meccanismi del fare informazione, per rendersi conto di come il giornalismo anglosassone sia, ormai, roba rara da antiquariato. Nel bene o nel male.
Ora mi chiedo che fine abbiano fatto i grandi maestri. A chi dovremmo ispirarci, noi aspiranti cronisti del terzo millennio. Se a un direttore di testata che inneggia al maestro unico per ringraziare l’insegnante che lo ha esortato a esercitare la scrittura, che elogia i governanti senza basarsi sui fatti, che parla dell’opposizione con snobismo e partigianeria. Come fosse un deputato, e non un professionista deputato a rendere il mondo intelleggibile secondo l’astruso paradigma della verità.
Non so se dovremmo fare riferimento a figure come lui, o a chissacchì.
C’è grossa crisi, e non solo per le banche.
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Internet vive di contatti, di comunicazione perenne. Dei suoi utenti e dei loro prodotti. Del loro essere.
Ma per prima cosa, Internet vive di energia. Luce. Corrente elettrica. E una redazione che opera in rete non ha alternative ad essa. Per questo il blackout di stamattina è stato l’equivalente dell’infortunio di Buffon per la Juventus. Il risultato è stato uno “stop”. Prima la botta, provocata da un temporale estivo con la sveglia rotta, presentatosi alle porte dell’inverno. Poi l’impossibilità di continuare a giocare.
Non si scrive, se non sulla carta. Pratica che ormai sa di paleozoico. Non si pubblica, se non sulla carta. Ma il nuovo numero della rivista è prossimo alla stampa, e pensare già al successivo sarebbe stupido anche per un giornale già di per sé stupido come il nostro.
Il Capo imprecava. Io oziavo.
Ma la pacchia è finita quando la corrente è tornata. Illusi: la linea non funzionava. Il Capo ha imprecato contro Fastweb, ma la colpa è sua perché si è dimenticato di pagare l’ultima bolletta. Pare che Enel e “Rete Veloce” si siano messi d’accordo per farlo incazzare.
Ho sghignazzato tutto il giorno.
Pacchia assoluta.
Sarà mica questo, il lavoro?
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“Credo che sarò il primo a finire un lavoro senza averlo ufficialmente iniziato, sarò l’unico giornalista a lavorare in nero”, ho pensato. Ma poi mi sono reso conto dell’idiozia di quel che mi era appena passato per la testa. Nel giornalismo il sommerso abbonda. Il punto è che, nel mio caso, non sarebbe dovuta andare così. Ma il Capo è troppo schivo per andare in fondo alla cosa, e io sono troppo prudente per chiedergli muso contro muso qual è la mia situazione contrattuale.
Ho paura che lui voglia fare il furbo e non farmi firmare alcun contratto. Ma soprattutto ho paura che una mia eventuale richiesta equivarrebbe a chiedergli un biglietto di sola andata per la terra dei disoccupati. E non posso permettermelo. Mi servono articoli su articoli, perché alla scuola ci sarà una preselezione per titoli. Più “collaboro” e meglio è. Spremo l’arancia finché c’è la polpa. Spero soltanto, un giorno, di poter buttar via la buccia e cambiare frutto.
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“Il web non rende”. Il monito del Capo è di quelli che ti freddano, perché lascia presagire l’inizio della fine. La fine di un investimento invisibile. Pretenzioso. Di un editore fantasma. Saccente. Pieno di fumo e povero di arrosto. Ma preferisco lasciare fuori i rancori per le tante cose non dette. E non scritte. Ne lì, né qui.
Ora capisco che qua dentro un futuro non c’è. Neanche dovessi sforzarmi. Neanche cambiasse qualcosa in me e nel modo in cui vivo il lavoro che faccio.
L’unico a dover smuovere le acque sarebbe proprio lui, il Capo.
Ma lui chiude le porte. Mentre io apro le mie.
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Si può far bene e si può far male, ma il perché di una scelta è sempre qualcosa di nobile. Da guardare con ammirazione e trattare con rispetto. Perché tutti sanno che non è facile lasciare il certo per l’incerto, anche se in realtà non è quello che sto per fare. In redazione nessuno sa che sto cercando il modo di andarmene. Nessuno sa che proverò a passare il test d’ingresso in una scuola di giornalismo. Nessuno a parte me, ed è quanto basta. Perché non abbandono la strada fatta finora per un volo d’angelo per cui nemmeno il decollo è ancora sicuro.
Eppure un rischio c’è. Farò un tentativo che in realtà assomiglierà tantissimo a una prova del nove. Non tanto per me, quanto per il giornalismo stesso. Sì. Io mi metterò in competizione con chissà quanti altri aspiranti al trono, ma in realtà sarò io a mettere in discussione non solo me stesso, quanto un intero percorso di vita. Quello che sto facendo. Perché vivo questo periodo di preparazione all’esame come un salto nel vuoto, anche se in fondo non lo è. Non letteralmente. Tengo i piedi a terra. Ma so che, se non volerò, prima o poi cadrò a terra. Senza un perché. Se non per delusione. Se non per frustrazione.
Ho ancora una dignità. L’aspirante cronista che è in me punterà in alto. E’ la scommessa della vita. Altrimenti, tanto vale cambiare rotta.
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Sono arrivato alla frutta, ed è pure marcia. In redazione la situazione è diventata invivibile. La Direttrice è prossima ad andarsene per via della gravidanza, e il Capo è in crisi perché non sa ancora come coprire il buco. Dovrebbe cercare qualcuno, qualche giornalista che possa fungere da direttore responsabile, almeno per il periodo in cui lei non ci sarà. Ma ho capito, con il passare delle settimane, che al Capo non piace troppo spendere i suoi soldi. Ho sentito per vie traverse che la Stagista sta avendo problemi per ottenere i 50€ di rimborso spese che le spettano. Ho capito che il Capo fa l’imprenditore, e che ragiona come tale, ma senza la minima propensione al rischio d’impresa. Il denaro non gli manca. La voglia di sborsarlo, invece, quella sì.
E io mi domando a quale pro continuare a lavorare lì. Se davvero vale la pena investire le mie risorse in una testata in cui l’editore non investe le sue.
Voglio essere immodesto, una volta nella vita: io merito di più. So di avere un paio d’ali, ma sto in un habitat che non mi permette di utilizzarle.
Volerò via. E’ per questo che c’è il piano b.
E’ per questo che proverò a entrare in una scuola di giornalismo.
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Cambiare si può, me l’ha detto l’uomo nero. E’ strano, lo so, ma è stato proprio lui a dirmelo. A farmi vedere come si fa. Proprio l’uomo che mette paura, proprio lui ha saputo infondere fiducia nella gente. A raggiungere un obiettivo grande quanto il mondo. E a conquistarlo.
Io non ho mai messo paura nemmeno a una mosca, della fiducia della gente me ne preoccupo fino a un certo punto. E, soprattutto, non ho mondi da conquistare. L’uomo nero ha soltanto cambiato le cose.
Se c’è riuscito lui, perché io non potrei?
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Io sono il mondo. O meglio, sono come lui. Sono sull’orlo della novità, ma senza la certezza che quel che verrà sarà nuovo davvero. Sono come l’America al voto, chiamata al ballottaggio tra l’ieri e il domani. Chissà se potranno dire che qualcosa davvero è cambiato? Chissà se anch’io potrò raccontare la storia che inizia con “C’era una volta la svolta”? Intanto me ne vado a dormire. Che la notte porta consiglio. Spero non soltanto a me, ma anche al mio sosia.
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Studio la notte perché il giorno lavoro. In vista c’è un cambio importante, un tuffo in avanti per cui forse annegherò. La parole si moltiplicano, mentre la mente si ferma a pensare: cosa farò tra qualche settimana?
Gli esami non finiscono mai. A breve ne sosterrò uno tra i più difficili di sempre. Non posso fermarmi, è un mare che ristagna. Io cerco il cambiamento nel fiume che passa e che trasforma le cose. Le persone. Le prospettive. Cambiare aria è quel che mi serve. Mi sto costruendo una via di fuga. Spero che le porte si aprano. Altrimenti resterò qua, fuori da me. E dentro una situazione che è morta troppo presto.
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Manca poco, davvero poco..
Ritmo, ritmo infame che sale. Ma it’s ok.
Sono quasi pronto per l’inchiodata, per la deviazione di percorso.
E’ solo un grande sogno. Ma io sono un uomo, e un uomo che non sogna è un uomo morto.
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Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ho preso la mia bella barca a remi e sono passato dalla prima alla seconda spiaggia. Ho smesso di dire. Di raccontare e di raccontarmi. Per fare. Tanto, tantissimo. Lavori in corso. Qualcosa potrebbe cambiare.
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Passa il tempo, cambiano le mode. Quel che ieri era un dogma da seguire, oggi è ormai tabù. Sarà per questo che se fino a pochi giorni fa il copia-incolla era (purtroppo) alla base del mio lavoro, ora non lo è più. E’ diventato sbagliato. Così, di colpo.
I comunicati stampa ora vanno presi e modificati fino a renderli dei veri e propri articoli. Prima no, prima la dottrina del “ctrl+c” e del “ctrl+v” era davvero molto chic. Da oggi è pop, troppo pop. E se una cosa non è chic, allora non la si fa più. Quando la prassi si fa pop, tanto vale fare gli chic e cambiare metodo di lavoro.
Ma se la Direttrice ha fatto del copia-incolla la cosa più chic che si faccia in redazione, perché oggi il Capo se ne è uscito dicendo che il copia-incolla è pop e che bisogna riadattare quello che ci arriva, come se non si fosse mai accorto che abbiamo sempre fatto le cose in quel modo così dannatamente inutile e squallido?
Sin dal mio “ballo delle debuttanti” mi sono adeguato agli standard del mio posto di lavo.. lavo.. lavoro! Standard piuttosto bassi, ma non sto dicendo nulla di nuovo. Né di chic. Oggi ho voluto puntualizzare che ho fatto come ho sempre visto fare sin dal primo giorno, e come al solito mi ha fatto passare per scemo.
Ora il problema sarà garantire la stessa produttività in termini di notizie pubblicate, dato che, a parità di tempo, riadattando (o addirittura riscrivendo!) i testi che riceviamo via e-mail si finisce per dedicare molto più tempo a ogni singolo articolo.
Ma io sono sicuro che il Capo, in cuor suo, lo abbia già capito. Chissà quanto ci metterà il suo cervello a fare altrettanto.
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Ero stanco, molto stanco. Volevo dormire, ieri sera, e ci stavo quasi riuscendo. Prima del solito: erano appena le 2. Io vivo di notte. O meglio, vivrei di notte, non fosse che il mondo ha deciso che il giorno è più cool e che la notte non ci resta che fare compagnia a Morfeo.
Volevo dormire, ieri sera, sì. E ci stavo quasi riuscendo. Quando due bambini sono usciti in strada, senza alcun preavviso, e si sono messi a urlare davanti a casa mia come scimmie davanti a un casco di banane.
“Oh!”, fa il primo.
“Oh!!”, gli risponde prontamente l’altro.
“Oh!!!”, ripete il primo.
“Oooh!!!!”, ribadisce l’altro.
A quel punto mi domando il senso di quella conversazione, apparentemente così inutile quanto inopportuna nei tempi. Poi è scattata la domanda del primo.
“Cosa vuol dire Winx?”, urla.
“Eh??”, chiede l’altro.
“Cosa vuol dire Wiiiiinccss?”, urla con più impeto.
La risposta dell’amichetto è stata folgorante. Illuminante. Rivelatrice. Profetica.
“Non lo soooo!”, grida.
“Va beneee! Ciaoo!”, risponde il bimbo.
“Ciaooo!”, gli fa eco l’amico.
Pensavo fosse finita lì.
“Ciaoo!!”, ripete l’amico come se fossero a chilometri di distanza.
“Ciaoooo!!”, conferma l’altro.
E mentre ora ripenso ai due ragazzini che si salutavano, probabilmente dopo aver fatto i compiti, aver cenato insieme e averla tirata per le lunghe come due universitari coi denti da latte, mi ritrovo a farmi una stramba, assurda e inutile domanda. Quanto quella del primo bambino. Con tanto di risposta fotocopia a quella dell’amichetto. “Non lo so”.
Stasera sono dovuto scappar via da una conferenza. Non una semplice conferenza, bensì un incontro con un celebre cantante della zona. Talmente celebre che se vi dicessi il nome vi stupireste. Nello scoprire che non avete la più pallida idea di chi sia.. Ma posso dirvi che è un tipo in gamba, un astro nascente della musica locale. Uno dei suoi pezzi è diventato la canzone mia e della mia lei. Un po’ strappalacrime, ma che serve allo scopo. Ero lì, pronto ad ascoltare le sue parole prima del concerto serale, ma soprattutto per rubargli un autografo da regalare alla “lei” di cui sopra.
Tante belle parole. Sentimentalismo a fiumi, con numerose ragazze e ragazzine votate alla causa della melassa. E c’eravamo quasi, alla firmetta che avrebbe fatto felice la mia donna. E il suo uomo, che sarei io, per la lauta ricompensa che avrei ricevuto. Niente denaro, avete capito.
Bip. Sms della Direttrice. “Corri in banca, c’è appena stata una rapina”. Sbigottito, mi son trovato costretto a rinunciare all’autografo che avrebbe movimentato la serata. Dovere di cronista: certi fatti hanno la priorità su altri. Vista l’avarizia di dettagli del messaggio, il tempo di informarmi su quale diavolo di banca si trattasse e poi via, come una saetta. Ciao melassa, ciao fuego. Pazienza. Sono stato un giornalista. Almeno per oggi.
Sono arrivato sul posto. La polizia stava già facendo i suoi sopralluoghi. Direttori e cassieri erano ancora bianchi per lo spavento, il misfatto fresco come pane appena sfornato..
Raccogliere tutti gli elementi necessari per ricostruire la cosa. Scattare foto, di quelle calde che attirino gli occhi come miele le api. E via a casa a scrivere il pezzo, su un fatto che non è eclatante ma che di certo esce dal seminato.
Le parole scorrevano leggere, spontanee. Tutto è filato. Chiaro, limpido. L’articolo è nato senza sforzi e senza tanti cesàri. Mi sono sentito soddisfatto.
Fino a che n
