Vox populism

27 gen

Sogno il giorno in cui una nave da crociera condurrà un barboso talk show, e in cui utilizzerà un Bruno Vespa in versione plastico per illustrarne l’inutilità.

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Ho come l’(im)pressione

19 gen

Oscar Wilde diceva che “la cronaca è letteratura sotto pressione”. Rilancio. “La cronaca è letteratura con l’ipertensione”. O quantomeno prima o poi te la fa venire. Sono quasi convinto che il giorno dopo l’uscita di questo numero il direttore de Il Gazzettino abbia fatto una scorta di Karvezide..

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Divoratore di acqua che vola

18 gen

Sono tempi di magra, ma io non posso di certo lamentarmi. Ho il mio bel lavoretto, che non sarà come un colpaccio al Win for life, ma quantomeno rimpinza il mio ciccì per le spese correnti (che quelle, si sa, ferme non ci stanno mai).

Sono tempi di magra, dicevo, ma io non posso di certo lamentarmi. Eppure a guardarmi bene dovrei cominciare a tirare la cinghia pure io. Quella dei pantaloni, però. Di uno o due buchi. Durante le feste la festa me l’hanno fatta davvero, a suon di panettoni, pandori e torroni. Ho pure problemi a mordere, già alla mia tenera età. Non ho più i denti da latte, ma quelli da fondente già fanno le bizze. Però basta lamentarsi. Bisogna sempre essere incisivi, anche da devitalizzati. E io, per tagliare la testa al torero (detesto fortemente la corrida), ho deciso di mettermi a stecchetto strizzando l’occhio pure a canini e compagni. L’anno scorso ero dimagrito mangiando tutto al vapore. Quest’anno farò di meglio. Mangerò solo quello. Solo lui. Solo il vapore. E’ che sono già in ansia per la prova costume. Kronny, ma ancora è presto!, direte voi. Stolti. Tra poco è Carnevale. Di questo passo le righe della calzamaglia da Spider-Man assomiglieranno a certe onde del sud-est asiatico.

Paparazzato per strada durante i preparativi. Corona del cazzo, dillo che ti manda Osborn per sputtanarmi!!

Oltre il danno, la beffa. A quanto pare non posso nemmeno vantarmi di essere originale..

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Nevrosi di inizio anno

4 gen

Alzo la cornetta. Uh, l’iPhone la cornetta non ce l’ha.. Vabbè avete capito lo stesso.

“Sì, salve.. Ho ricevuto una telefonata da questo numero..”
“…Ah… Sì… Forse sono io che ho sbagliato…”
“Ah.. Ok.. Sa, ho richiamato perché stavo aspettando una chiamata di lavoro, e allora…”
“No no, io stavo cercando la signora Saltampiano!”
“Ah ecco. Beh, la prossima volta stia più attenta. E alla sua amica dica di farsi riparare quel cazzo di ascensore una volta per tutte!”

Click.

Tu-tu-tu…

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E poi ci sono io che cerco lavoro

4 gen

Per certi aspetti il 2011 è stato un anno pessimo. Decisamente. Ma si è chiuso con una rivelazione. Un’inchiesta. Uno scoop. I colleghi de Il Giornale hanno trovato la responsabile di cotante sciagure. Un sentito grazie per la loro lungimiranza.

 

Sigh.

 

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Rosso relativo

29 dic

Ghiro ripieno. No, non è il mio menu di Capodanno, ma l’attacco, l’incipit, della mia biografia più recente. Sono fermo, tranquillo, come un semaforo. Ora c’è il rosso. Perciò sono fermo, sì. Ma non con la mente, che quella ferma non lo è mai. Con il corpo resto in panciolle. Aspetto. Temporeggio. Ho il sonno facile. Mangio come un porco. Un ghiro ripieno, sì.

Oggi una prima sveglia. Mi è arrivata una lettera dall’esimio Ordine regionale. Non me l’hanno spedita per farmi gli auguri. Dentro non c’erano biglietti rossi vestiti a festa, ma moniti per mandare un po’ più in rosso il mio conto bancario. E io sto fermo. Resto in panciolle, sì, ma non con la mente. Che quella, no, non è ferma mai. Penso e ripenso al senso di tutto questo. E non lo trovo. So che qualcosa è cambiato. Monti ha smosso mari e suoi omonimi. Gli Ordini non sono più gli stessi. Credo. Mi era giunta voce che quello dei giornalisti non abbia più nemmeno il potere di sanzionare i suoi iscritti in caso di comportamento inadeguato (passatemi l’eufemismo). Non ne sono sicuro, eh. Un ghiro ripieno resta fedele a se stesso, bloccato nel suo torpore finto-festivo. S’ingozza ma non si schioda. E, paradosso dei paradossi, nemmeno s’informa. Nemmeno se informa di professione. Nemmeno se certe cose lo toccano da vicino.

Ammetto le mie inadempienze (perdonatemi il parolone, prometto di non usarne più fino al prossim’anno), ma l’aumento della quota annuale richiesta all’Ordine mi sa comunque una forzatura. Anche se non so bene come stanno le cose. A volte sento di aver sprecato più di due anni e mezzo della mia vita a rincorrere un tesserino in pelle di stagista che finora ha avuto l’unico merito di farmi entrare a scrocco a una mostra di Hiroshige e al Romics del 2010. Il resto è nebbia, e tanta tanta noia. Io che non mi annoio mai, perché ho la mente che non si ferma mai. Ma vedo male. Vedo rosso. E allora sto fermo, tranquillo, come un semaforo. Resto un ghiro ripieno. Che se mi risveglio toro son falli Fernet.

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Off

17 dic

Ascolto Rockfeller blaterare di fronte a quell’Obama mancato di Carlo Conti. Quello stronzo di un pupazzo, talmente squattrinato che non si può permettere nemmeno una voce propria, si azzarda a ricordare che sono passati venticinque anni dalla sua prima apparizione. Io lui me lo ricordo. Ero poco più che un feto dispensatore di caccapupù, ma me lo ricordo. Mi faccio due conti (che non sono due Obama mancati), e mi accorgo che il tempo non è veloce come la luce. E’ la luce.

Ditemelo voi dove sta l’interruttore. Voglio fermare questa corsa. Anzi, va, facciamo che la rallento, non vorrei essere frainteso. A ventotto anni ormai avviati non ho ancora un contratto vero. Ho soltanto una collaborazione divertente ed appagante, ma non il lavoro della vita. Il problema non è cosa faccio, che a fare pezzi sui programmi tv ci potrei passare pure la vita. Il punto sono i soldi che entrano, e che visti i tempi che corrono (oh, come corrono!) non sono nemmeno pochi, anzi, ma non bastano per fare di me un ometto economicamente indipendente. E la pensione? Più mi avvicino più lei si allontana. E dire che mi sono appena fatto la doccia.

Rockfeller pensaci tu. Sai, succede anche a me: a volte mi chiamano “pupazzo”. Tu che sei altrettanto finto sei riuscito a farti strada. Aiutami, per favore, a farmene una mia (di strada). Mettimi tra i famosi, possibilmente senza l’isola dei, sulla quale dovrei condividere pesci lessi con quei pesci lessi che si fanno chiamare “naufraghi”. Ti prego, ragazzone plasticoso dal becco grande e arancione, aiuta questo aspirante cronista. Ti prometto che quando avrò fatto i soldi ti comprerò pure un bel paio di corde vocali, così potrai fare tutto da solo.

Ti vanno bene quelle di Sandra Milo?




…Rockfeller?
…Rockfeller?!
…Rockfeller dove sei?!
…Rockyyy!!
…Rockynuccioooooo!!!
…Rockyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy!!!



Sob.

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Non esistono più le doppie stagioni

13 dic

Sono italo-australiano e io nemmeno lo sapevo. La mia città si affaccia sul mare. Il centro sta qui nello Stivale, il porto è in provincia di Sydney (quella ha detto Monti che non l’abolirà), dove adesso fa un gran caldo. Nessuno si era mai accorto di niente. Ringraziamo YourTv, che in pieno inverno ci mostra immagini di repertorio di gente che passeggia in maniche corte, e che a Ferragosto manda in onda servizi con passanti rigorosamente in maglione. Come se questa Baia delle Zanzare fosse immersa per metà nell’inverno tricolore e per l’altra metà stesse a prendere il sole tra i canguri saltellanti sorseggiando succo d’eucalipto.

Non esistono più le doppie stagioni. Qualcuno lo spieghi a quelli di YourTv.

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E adesso linea alle postvisioni del tempo

5 dic

Profonda stima per il meteo di YourTv. Ogni sera, alle 20 30, ti dà le previsioni per la giornata che sta per concludersi e ci azzecca sempre. A confronto Nostradamus sembra il mago Forest.

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O la Borsa o la vita

4 dic

Domenica di lavoro. Non è che abbia poi così tanto da fare. E’ soltanto che le cose mi si ammucchiano nei giorni che il copione dà per sbagliati. Ma il mio no. La mia è una sceneggiatura un po’ meno scontata, e lavorare nel giorno in cui ci si dovrebbe riposare non mi pesa affatto (soprattutto se penso alla serata al pub con gli amici che è già in scaletta). Io vivo all’impronta. La speranza è di lasciare l’impronta anche su questo mondo smanioso di crescere. Lievita. Evolviti. E soprattutto divertiti.

Oggi sembro Paulo Coelho. Ogni tanto la vena new age mi si sveglia da sé, come dopo una trasfusione di vita vera sparata tra globuli straordiriamente recettivi.

Sarà che oggi sono qui che scrivo, anche se è domenica. Ho tre pezzi per domani. E mi diverto. Sono un fottuto privilegiato (sempre meglio di un privilegiato fottuto). Scrivo articoli frizzanti nella speranza di inquadrare la bollicina giusta. E creo titoli, nella speranza che qualcuno c’investa su.

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Bianco su nero

2 dic

Lo metto nero su bianco, anzi bianco su nero. Dedicato a qualcuno, esclusi tutti gli altri.

 

 

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Navigo a vista e me ne vanto

1 dic

Metto la protesi a un pezzo che parla di protesi (alla faccia del metagiornalismo!). Poi succede che non serve più perché nel frattempo è cambiato il timone. Fortuna che il pezzo sulla vela l’avevo già consegnato.

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Al Massimo mi sparo

1 dic

Martedì, 0.05

Vedere Vespa che improvvisa momenti di varietà è quasi peggio di sapere che in studio con lui c’è pure Giletti.
Roba da spararsi.

Martedì, 0.46

Stasera mi sto trovando troppe volte d’accordo con Giletti.
Sparatemi.

Mercoledì, 15.28

Odio pranzare tardi. Sì, lo so che è colpa mia che torno dalla piscina quando è quasi l’ora della merenda. Ma odio lo stesso mangiare tardi. Il problema è che mentre mangio mia madre (mentre mangio, mia madre) tiene accesa quella cosa quadrata.. quella che fa luce e ciarla di continuo.. come diavolo si chiama.. ah sì, la tv. Mia madre tiene accesa la tv e mi tocca vedere un po’ de La vita in diretta. E quasi mi manca Giletti.
Ok, mi sparo da me.

Vedere Vespa che improvvisa momenti di varietà è quasi peggio di sapere che in studio con lui c’è pure Giletti.

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Bellicosì

26 nov

Vietnam, Addestramento estremo 2, Mille modi per morire. Carini i titoli dei programmi tv su cui devo scrivere oggi pomeriggio.

Stasera voglio farmi una pizza con Gandhi e Winnie The Pooh.

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Bunga bunga nostalgia (ma anche no)

25 nov

Monti incontra la Merkel e nemmeno le dà della culona. Sta a vedere che ‘sto governo in scala di grigi ci fa pure le riforme. Quanto egoismo. E adesso noi poveri gossippari d’assalto di cosa cazzo scriveremo?!

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Monster tax

24 nov

Le nonne sono quelle dei vecchi rimedi. Quelle delle minestre che curano ogni male, e che van bene pure se riscaldate. Quelle che sanno tutto perché la vita se la portano in spalla. Zainetto di rughe, bagaglio di esperienze.

Prendiamo la mia. L’Europa sprofonda nella crisi, il resto del mondo pure. Questa palla azzurrognola è piena di furbi e di lacché, di volpi e di cani. Ma per questa folle terra di Spread & Toby mia nonna ha trovato la soluzione a ogni problema. Il professor Monti è premier da un battito di ciglia, e già pensa di salvare la baracca ripristinando l’Ici, ripescandola dal cimitero delle imposte defunte come uno stregone evoca i morti dall’oltretomba. Per non parlare della tassa sul cane, pettegolezzo che spero rimanga soltanto tale. Non so Spread, ma Toby potrebbe prenderla davvero male.

Mia nonna. Mia nonna, invece. Mia nonna sì che saprebbe come fare.

Lunedì pomeriggio ero a casa sua. Su RaiUno andava in onda La vita in diretta, il programma-truffa più spudorato della tv. Perché quella è tutto tranne che vita. E meno male. Si scimmiotta il giornalismo facendo il lifting ai tormentoni giudiziari e di costume del momento, roba trita e ritrita. Scazzi sulla povera Sarah, e la povera Melania, “rea” di una morte così triste e prematura da dover morire ogni due o tre settimane, sacrificata sull’altare pietoso e impietoso dello share. Questo sensazionalismo non è per niente sensazionale, e mi lascia sensazioni che non vorrei avere. Poi all’improvviso tutto si ferma. La macchina del sangue si prende una pausa, e per qualche minuto lascia spazio a quel canotto biondo che va in giro dicendo di chiamarsi Ivana Spagna. Ed è una giostra che va, questa vita che non si ferma mai. Ma questo non significa che verso fine corsa ci si debba trasformare in delle bambole gonfiabili che fanno comparsate in tv per non sentirsi sgonfie dentro.

Tanto è bastato per suggerire a mia nonna la migliore delle soluzioni anti-crisi: una tassa per la mostruosità a carico di chi si sforma per via chirurgica pensando di rallentare le lancette dell’esistenza. Una specie di monster tax, diciamo.

Abbiamo passato il pomeriggio davanti a quel piccolo schermo. Mia nonna ha criticato qualunque persona, cosa o animale abbia avuto il coraggio di passare di fronte alle telecamere, ma senza mai osare prendere il telecomando e regalarsi un po’ di quiete decidendo di spegnere. Tutto normale. E’ pur sempre la mamma di Mister Paradosso.

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La più grande paraculata dopo il weekend

22 nov

Ma perché nella notte dei Minzolini cadenti la Rai usa Fiorello per adescare Mentana in diretta?!

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Il gallo del malaugurio (2)

18 nov

E dire che stavo soltanto cazzeggiando con il mio iPhone. Il giornale dei sogni non arriva mica in questa sperduta Baia delle Zanzare, e allora mi sono procurato la mia bella app che in un tap mi rende up aggiornandomi sulle sue uscite. E tutto questo alla modica cifra di zero cent, anche se alla fine il quotidiano me lo leggo con almeno un giorno di ritardo sull’uscita effettiva. Un vero affare (e ci manca che devo pure pagarlo, il giornale che mi deve due sfoglie da cento che probabilmente non vedrò mai).

Purtroppo il cazzeggio si è presto trasformato in qualcos’altro. Dal mio solito ghigno sornione sono passato ad avere un’espressione tipo Urlo di Munch. Ho aperto l’ultima edizione uscita e tanti saluti. Letteralmente.

Fa male sapere che dietro tutto questo ci sono i ricatti di un partito che un tempo si è preso anche il mio voto. Oggi mi vedrei bene dal concederglielo. A maggior ragione adesso, nonostante condivida le idee di fondo di certe teste calde che però hanno dimostrato di essere pure vuote, figlie di un sistema che dovrebbero combattere, e non assecondarlo fino a scomparire in questo mare di indecenza. Stiamo andando veramente a fondo. Questi partiti sono partiti di testa. Gli interessi della politica hanno fatto terra bruciata a chi avrebbe semplicemente voluto fare il proprio mestiere. L’arroganza ha trionfato sull’onestà. E’ un mondo di merda, e puzza da far schifo.

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Il gallo del malaugurio

17 nov

Driiin. Svegliati, pargoletto svegliati. Che il tempo dei sogni ormai è finito. Svegliati, cronista sognatore cronico. Il tuo giornale dei sogni è morto, o perlomeno è finito in rianimazione sospesa. Il mercato non ha scrupoli, e la macchina del fango è molto più di una definizione coniata da Saviano. E’ un mondo piccolo fatto di gente piccola. E di un mercato largo come la cruna di un ago.

Questo è un fulmine a ciel variabile. Che sarò pure ingenuo, ma non al punto da non capire che tirava una cattiva aria ormai da tempo. Un anno fa mi sono imbarcato con loro. Oggi mi mancano all’appello la bellezza di duecento euro. D’altronde da quella sponda ho sempre ricevuto parole di stima, ma mai quattrini.

Non ho mai avuto le pupille a forma di euro, e non è certo questo il momento migliore per cominciare ad averle. Mi tengo stretto la mia nicchia dorata, fatta di belle parole, di articoli gioiosi, di una scrittura addobbata a festa con perle creative e ghirigori verbali. Mi tengo il mio mondo piccolo fatto di cose piccole. Un mondo che mi ripaga in complimenti, ma anche con bonifici puntuali.

Guardo avanti. In fondo qui intorno la terra era bruciata già da un po’. E incrocio le dita. Il giornale dei sogni potrebbe tornare dall’aldilà. Ma al di là di questo io resto nell’aldiquà. Occhi vigili e sguardo attento. Sono un cronista sognatore cronico, ma ho ancora orecchie buone per sentire quando la sveglia suona.

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Dirigo legumi e me ne vanto

15 nov

Stavo finendo la mia cenetta in famiglia a base di pesce e pizza. E vino. E liquore alla liquirizia. Ho sentito il telefono vibrare, che io la suoneria non la tengo quasi mai, e con tutto quell’alcol tant’è che ho sentito qualcosa. Era il boss di una rivista che mi vuole come direttore. Una cosa piccola, di paese, ma tutto fa brodo. Per far soldi van bene anche le galline vecchie, purché ci sia almeno una parvenza di professionalità. Sarò pure nuovo nel giro, ma non mi piacciono le cose fatte alla cazzo di cane. Cinofilo sì, ma c’è un limite a tutto.

Il boss era in riunione con i suoi per decidere l’impianto della nuova pubblicazione. Durante i nostri due incontri nella più centrale tra le caffetterie del centro gli ho involantariamente scroccato la colazione, entrambe le volte (non l’ho fatto apposta, davvero), e tra un cornetto e un cappuccino abbiamo parlato pure del giornale. Credo, almeno. Dio mio quanto era buono quel ripieno di nutella.

Dicevamo.

Credevo che il nome fosse deciso. Invece, non appena finito di trangugiare l’ultimo bicchiere di liquirizia alcolica sotto gli occhi fulminanti di mia madre, mi ha telefonato per chiedermi come chiamare ‘sto giornaletto. Sono rimasto spiazzato. Dal basso del mio status alticcio ho dovuto improvvisare qualcosa. Pensavo fossero orientati a dargli lo stesso identico nome dell’associazione culturale che sta dietro a tutto questo, un nome che ben si presta a dare il nome a un opuscoletto locale degno di questo nome. Ma in nome di Dio, no, non era ancora cosa fatta.

Beh… io innanzitutto conserverei (ich) la parola “voce”.. così (ich) che rimandi a voi ma non in modo (ich) troppo diretto… Poi alla mia proposta di titolo ho aggiunto in coda il nome del paesello, ma La voce di San Maurizio mi sembrava un po’ troppo banale. Io punterei su qualcosa (ich) che vi caratterizza. Che so… (ich)… un monumento… Qualcosa (ich) che avete solo voi..“. Poi non so come sia andata a finire. Non so se nemmeno se ce l’abbiano un monumento, qualcosa che sia tipico davvero. Ho capito l’antifona: presto sarò direttore de La voce del fagiolo da sgrano. Ed è meglio non vi dica di che voce si tratta.

Meglio berci su. Arrivato a casa mi sono messo a scrivere. Era una di quelle sere dalla vena aperta, forse perché stappata dall’alcol a mo’ di viakal (dovrei brevettarlo come rimedio contro i problemi di circolazione.. mirtillo, puppa!). Ho infilato le cuffie nelle orecchie. Ho aperto Winamp. Ho fatto partire la musica. L’ho ascoltata per qualche minuto. Poi mi sono accorto che il suono non mi stava arrivano direttamente dagli auricolari fino agli omonimi padiglioni di cui sono dotato come ogni altro uomo (ma anche qualche donna ce l’ha). Quel suono mi stava arrivando da un po’ più lontano. Non avevo attaccato le cuffie al pc. Maledetto liquore alla liquirizia.

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Ei fu

12 nov

Dopo aver sfigurato il povero Giacomo avrei voluto fare la parodia di un’altra famosa poesia. Ma dopo le prime due parole ho avuto il blocco dello scrittore. Avevo già detto tutto. Quando si dice il dono della sintesi.

E non fare quella faccia, su.

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Eurospeed

11 nov

Caldo è caldo, e non è colpa soltanto della colonnina di mercurio troppo alta, più fuori stagione di un melone a Natale. Caldo è caldo perché qui si corre, e mica solo per lavoro. Sono uscito con la sciarpa per via di un focolaio di tosse che non saprebbe spegnere nemmeno Grisù, una sciarpa pure troppo pesante. In macchina ho avuto proprio caldo, ma ho resistito. A riequilibrare la mia temperatura corporea c’ha pensato il supermercato, dove sono andato con Mister Paradosso perché anche mia madre (ma pure lui non scherza) ha una tosse così infuocata che pare una piromane. E perché in fondo ogni tanto ci pensiamo anche noi alla casa (di solito, però, ci pensiamo e basta).

Dentro l’Eurospin faceva freddo. Cioè, si stava freschi. Niente aria condizionata (credo), ma la sciarpa avevo quasi dimenticato di averla. A farmi tornare le vampate tipiche della menopausa c’ha pensato Mister Paradosso, che davanti alle patate già pensava al prosciutto, che il prosciutto l’avrebbe voluto prendere al banco della carne e non a quello dei salumi, e che ha parcheggiato in cassa il suo carrello da Schumacher mentre io lo rincorrevo per tutto il supermercato, con in mano quattro rotoli di carta igienica quattro veli (quelli con un inquietante coniglietto stampato davanti) più quattro panetti di stracchino presi al volo su richiesta di mia madre dal telefono che tenevo stretto tra l’orecchio e la spalla destra, e a cui ho controllato la scadenza strada facendo (allo stracchino, non al telefono, tantomeno a mia madre). Mi sono fatto in quattro, in quel fottuto Eurospin. E dopo aver giocato a Forza Quattro tra formaggi e carta da culo, adesso ne ho per me, per te, per tutti. Vi ci manderei tutti quanti da quanto sono nervoso. E’ che dopo tutto non ho nemmeno fatto in tempo: quando sono arrivato alla cassa mio padre aveva già pagato il conto, senza tener conto di tutta la roba che avevo nelle mani.

Sono uscito sudato, per poi tornare in macchina e completare la mia sauna. Deluso, profondamente deluso. Questa volta non c’era nemmeno una multa. ‘Sti cazzi. Adesso cerco di calmarmi, di ritrovare la mia stabilità. Una volta raggiunto l’obiettivo darò anche io le dimissioni da premier della spesa.

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A Silvio

9 nov

Spesso mi danno dell’animalista. Ma prima di parlare leggete qui, e poi guardate come vi riduco i Leopardi.

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Silvio, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale (perché anche tu ne hai avuta una),
quando beltà splendea (???)
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e penoso, col botulino il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete stanze, e le maree d’intorno,
al tuo perpetuo canto fuor di cella
in compagnia del tuo compare, il messer Apicella,
allor che all’opre presidenziali intento
sedevi, assai contento
per quel vago trombar che in mente avevi.
Era il passero odoroso: e tu solevi
così menarti tutto il giorno la cappella.

Io avevo gli studi assai poco leggiadri per diventare giornalista
talor lasciando le sudate carte,
ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte.
D’in su i vergoni del vicin bordello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
e al suon del tuo uccello
che percorrea la cavernosa mela.
Miravi al cul sereno, alle vie dorate e agli “orti”,
e quinci entrasti nel mar di lei da lungo, e quindi passasti al monte.
Lingua mortal non dice: quel che tu sentivi era il seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ti apparia
la gnocca umana e il fato dei potenti!
Quando sovvenisti (sovvenisti?!) di cotanto sperma,
effetti a Ruby feci
così acerbi e sconsolati,
e poi tu tornasti a doler per la tua sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi a lui
quel che promettesti allor?
Perché non zittisci i magistrati e poi
non porti in fondo la sua legislatura?

Tu prima che l’erbe s’imbianchi per l’inverno,
da nemico voto combattuto e vinto,
perisci, o tenerello.
E non vedrai il fior degli anni tuoi;
seduto al Quirinale per l’ultimo saluto
e non per la dolce lode,
le negre chiome della Arcore di notte,
or gli sguardi innamorati e schivi;
ma sappi che nemmeno le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore, bensì di soldi a suon di botte.

Anche perirà fra poco la speranza tua dolce:
qualche giorno per la legge di stabilità
e poi via giovinezza.
Ahi come, come passato sei,
caro compagno (senza offesa, eh) dell’Italia tua nova,
lacrimata speme tua e di tutti i piduisti!
Questo è il mondo? Questi i diletti, l’amor,
l’opre dei traditor,
gli eventi, onde cotanto ragionasti
insieme ai massoni amici?
Questa la dolce sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero (così bello che non ci si crede)
tu, misero (parliamone), cadesti:
noi con la mano a un sol dito ti salutiamo,
e i freddi sfinteri ignudi ti mostreremo da lontano.

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Si prega di spostare questo post entro 90 minuti

7 nov

Ma va in pensio’, ridicolo!!. Quando comincia il Tg4 mio padre diventa proprio un impertinente. E chissà cosa dirà della multa che ho appena preso (mio padre, non Emilio Fede), di un importo pari a tredici articoli scritti per il portale spilorcio (e vi assicuro che è davvero una multina mignon, ma a colpi di 3 euro al pezzo si fa presto ad andar su di numero..). Spero che Mister Paradosso capisca, che il mio genitore maschio riesca ad accettare la mia versione dei fatti. E’ che io pensavo che il disco orario fosse un vinile con le lancette. Ma non ho fatto in tempo a raggiungere l’ultimo negozio di musica del centro, l’ultimo prima dell’inevitabile estinzione, che già i vigili erano passati a fare il punto della mia Punto e del mio parcheggio birichino. Gliele suonerei io, a quelli, altroché dischi e vinili. Ho una gran voglia di andare lì in caserma. Una bella vendetta e l’animo si alleggerisce. Metterei su un cd e glielo farei ascoltare tutto, dall’inizio alla fine. Un disco degli Zero Assoluto, una band di cui apprezzo tanto l’onestà. Non è da tutti darsi un nome che avverta dell’effettivo valore di quello si sta per ascoltare. Un po’ come quel ragazzaccio di 50 Cent, insomma. Poi c’è quella barbosa della Mannoia, e quell’altro che per ascoltarlo è meglio battere il Ferro finché è caldo. Insomma c’è musica e musica. Mica come i vigili. Quelli son capaci di suonare giusto un fischietto da arbitro in cassa integrazione.

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Male di miele

31 ott

Ciao KronaKus,
come sei diventato poetico. E’ il periodo degli amori per gli aspiranti cronisti? In media quante volte arriva? Perdona l’attacco di humour da caposervizio, sono gli anticorpi al romanticismo che scattano da soli. E’ che il tuo attacco, così come le prime sei righe e il finale, sembrano un pezzo di Massimo Giletti per far colpo sulle casalinghe alle due del pomeriggio. Ti preferisco quando prendi la pozione da Hyde. Fatti venire un altro attacco, possibilmente non di zuccheri.
Aspetto nuova versione. Ciao.
Firmato,

Insu Lina

P.S.: scusa se mi firmo prima con il cognome e poi con il nome, ma altrimenti non mi sarebbe venuto il gioco di parole (e probabilmente da solo non lo avresti capito).

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Doppio binario

28 ott

Ho due piedi infilati in altrettante staffe. Una mi rispetta come uomo e come lavoratore, l’altra soltanto come uomo. Scrivo contemporaneamente per un periodico onesto e per un sito d’informazione che invece è senza portafoglio come il più inutile dei ministeri. Sullo sfondo riviste morte sul nascere e altre di futuro concepimento. Vuoi o non vuoi, la mamma dell’editoria è sempre incinta. Poi il quotidiano dei miei sogni, quello con cui collaboro da un anno, ma che da mesi rifiuta le mie proposte facendole annegare nel silenzio. E che, soprattutto, sembra non avere nemmeno un portamonete di pezza.

Ma oggi le cose sono cambiate. Lavoro, e in questo mondo di crisi perenne (al quadrato) è già roba da Lourdes. La gente per cui scrivo non è tutta uguale. In questo mondo ci sono pesi e misure differenti per trattare chi ha da offrire le proprie parole. Vivo dentro un solo treno, ma dal doppio binario. E vado avanti. L’importante è non deragliare.

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Black bloc notes

25 ott

E’ stata una settimana davvero poco enigmistica. E tantomeno enigmatica. A me è sembrato tutto molto chiaro. Perché è chiaro che così non va. Così chiaro che mi viene da guardare il mio tesserino da giornalista e da domandarmi per quale fottutissimo motivo non abbia preferito fare lo spazzacamino. Magari adesso non mi sentirei parte integrante di questa farsa. Magari ora vedrei le cose con più distacco. Invece no. Oggi mi tocca stare qui a prendere appunti sul mio block notes nero, a scaricare il marcio della settimana come il commesso di un supermercato (possibilmente senz’aria condizionata, grazie) che ogni tot butta via le cose scadute dal bancofrigo.

La chiamano informazione, ma a me sembra essere più azione senza informare. Notizie ridondanti sparate con pistole dal mirino impeccabile, nel nome di un diritto di cronaca smarrito tra capri espiatori trovati sul campo e impulsi da voyeur mancati. Mancati, ma poco così. Sì, oggi sono bacchettone. Anche perché ho un sassolino nella scarpa che mi devo togliere (mi devo togliere il sassolino, non la scarpa). Non capisco se il bloc notes sia stato annerito dalla cronaca o se sia stato il bloc notes ad annerire lei. Se siano i fatti a essere così cupi, o se siano i loro narratori ad aver scurito ad arte tutto quanto.

Ho passato la settimana a guardare telegiornali che sono più simili ad avvoltoi che a piccioni viaggiatori. E dire che dovrebbe essere il contrario. Si sono messi a contare anche i peli del culo di quei delinquenti dei black bloc, hanno fatto le pulci a ogni loro singolo passo. Fino a che le ragioni dei manifestanti pacifici non sono diventate marginali. Un surplus. Una notiziola da mettere in coda al servizio. Qualcosa di nicchia, alla stregua di un’indiscrezione, talmente di nicchia da finire nel dimenticatoio nel giro di mezza edizione. Che cosa straordinaria. Due giorni fa Giletti si domandava ancora se i tipi incappucciati fossero guerriglieri oppure semplici criminali. Come se non si sapesse. Come se la protesta, quella vera, andata a puttane come il più tradizionalista dei politici, non avesse più nessuna importanza. E ci sono cascati tutti, tutti i colleghi dei tiggì. Gli stessi che ci hanno proposto fino allo sfinimento le immagini del massacro di Gheddafi, come fosse il trailer del nuovo film splatter di Sam Raimi. La Casa 8 – Libidine Libica. Roba da tenere lontano dalla portata dei bambini, gli stessi bambini seduti a tavola all’ora del Tutti zitti, c’è Mentana (sì, c’è cascato pure lui). Nel ’90 quattro illuminati si sono inventati la Carta di Treviso per tutelare i minori, ma lasciando ai minorati la direzione delle varie testate. Gente che fa tutto questo e che lo spaccia per un preciso dovere, come se la sete di vendetta del popolo libico non la si potesse raccontare a parole senza mandare in onda quelle immagini cruente a mo’ di tormento(ne) estivo. Come se la descrizione della violenza non bastasse a rendere l’idea. No, meglio dare tutto in pasto al popolino senza prima metter via la merda. Mettiamo in piazza la morte di un uomo, anche se forse (forse) non era più tale (un uomo). Facciamo di quel video sanguinolento una sorta di disco rotto da suonare a ripetizione, come se dopo la mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden si avesse un debito morale da ripagare allo spettatore.

Nemmeno io credo se non vedo, ma non credo di aver voluto vedere quello che ho visto. Non credo nei cadaveri come trofei. Non credo nell’estetica deviata dei morti in vetrina. Vivo di sensazioni, non di sensazionalismo. Sono per lo notizia nuda e cruda, ma non gradisco chi mi prende per lo stomaco, per le palle e tantomeno per il culo. Non legittimo la violenza sacrificando la mia pietà sull’altare del dio catodico. No. Io non sono Mentana. Io non sono Giletti. Ma questa è un’altra storia.

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Nuova ossessione

21 ott

Guardo il calendario e ancora non ci credo. Non è possibile. No, non è proprio possibile. Credo nel cambiamento, ed è per questo che tre anni fa ho falsificato i documenti per fingermi statunitense e dare il mio voto a Obama (oggi con quelle stesse carte ci gioco a scopa, almeno saranno servite a qualcosa). Ma a una transizione così rapida non riesco a dare credito, non posso riporre in tutto questo la mia preziosa fiducia (non sono mica un parlamentare all’acqua di rose, io). E’ assurdo come la mia vita abbia cambiato faccia con tutta questa fretta. Eppure è così. A meno che non abbia le visioni, cosa che tenderei a non escludere.

E’ notte fonda, e io ho appena finito di scrivere il mio pezzo per domani. Cercate di capirmi, devo pur finanziarmi il mio cornetto con cappuccino, o il nuovo numero de Il Male di Vauro e Vincino (che costa più di quanto guadagno a ogni articolo scritto per quel famoso portale femminile, appunto perché sono tre euro lordi e non netti). Devo pur accumulare qualche centesimo (dire “euro” sarebbe eccessivo e fuorviante). Perciò, sì, ho scritto fino a poco fa. Anche se sono quasi le tre e mio padre si sta facendo il penultimo sonno della notte (il primo se l’è fatto subito dopo le estrazioni del lotto). E fin qui tutto normale. Io che scrivo la notte è pura routine. La novità sta nel contesto, nei discorsi che mi vengono fatti. Nel bianco diventato nero e nel nero diventato bianco. Rispetto a prima posso dire di vedere la mia vita al negativo. Anche se credo che il negativo, in fondo, fosse quello di prima.

Mia madre mi ha dato la buonanotte mentre mi stavo preparando una tisana con dentro strane erbe che mi hanno promesso di farmi passare questa tosse maledetta. Parola di pusher. Bene. Magari sarà per via di quei fumi che ho sentito quello che ho sentito, che ho captato che l’aria è già cambiata, così tanto e così velocemente. La mia genitrice è preoccupata per me. Mi vede sempre davanti allo schermo, a battere tasti come un ossesso. Mi vede lavorare, e mi ha praticamente detto che così è troppo. Proprio lei che fino a un mese fa non faceva che ripetermi che era arrivata l’ora di concretizzare. Che questa casa non è un albergo, bene che vada un bed & breakfast a una stella. E pure cadente (la stella, non il bed & breakfast). Oggi invece mi ha puntualizzato che non esco più (andrei volentieri a correre, ma tra tosse e meteo schizofrenico preferisco non rischiare), e che parlo sempre del portale femminile per cui scrivo. Oh cribbio, mi sarò mica innamorata?!

Saranno i tre euro lordi al pezzo ad avermi sedotto. Gli stessi tre euro lordi che hanno spinto mia madre a dirmi che forse non ne vale la pena, e che tutto questo impegno non viene ripagato come dovrebbe. Non posso darle torto. Il punto è che tra articoli da fare, blog da aggiornare, curriculum da spedire e candidature da presentare mi ritrovo sempre qui davanti, a pomiciare spassionatamente con il mio diciassette pollici (miracoli della cibernetica!). Io di pollici ne ho soltanto quattro (due dei quali sigillati dentro calzini termoriscaldati per via dei miei piedi perennemente a temperatura polaretto), e di cervello appena uno. Pure lui al lordo (delle mie tare). Ma mia madre è stata netta. Secondo lei dovrei staccare un po’ la spina. Io però non sono mai stato bravo a capare il pesce, e poi ho troppa paura di prendere la scossa. Temo di subire uno shock che mi svegli dal torpore di questa iperattività poco cosciente. Che mi capiti qualcosa che mi faccia capire che sto perdendo l’unico grande tesoro che ho davvero. Il mio amato, preziosissimo tempo.

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Sdoppiamento di personalità

19 ott

Io ne sono certo, ci metterei la mano sul fuoco: i soldi non danno alla testa. I miei primi quattrini sono arrivati grazie a questo blog, sono arrivati grazie a KronaKus. Appena lo vedo mi devo ricordare di ringraziarlo.

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C’è sguazzo e sguazzo

16 ott

Uno scatto verso l’uscita delle volanti. In mano una telecamera larga una volta e mezzo la testa. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello. L’aria fa sapere che sta per succedere qualcosa. E qualcosa succederà.

Non è mio lo scatto. Non è mia la testa larga poco più della metà della telecamera. Le auto dotate di sirene ferme dentro il cancello le ho viste dal finestrino della mia, mentre stavo tornando a casa da un pomeriggio di shopping (!!!) con la mia ragazza. Ho sentito l’aria dirmi che stava per succedere qualcosa. E qualcosa deve essere successo.

Che cosa non lo so. Io conosco soltanto l’eco di quelle sirene che mi risuona ancora nelle orecchie. I carabinieri sono partiti appena sono passato io, poi ho svoltato verso casa per venire a scrivere queste righe. Per venire a raccontare che mi sarebbe piaciuto se lo scatto fosse stato il mio, se la testa dietro la telecamera fosse stata la mia, se l’aria non avesse dovuto parlarmi perché quel qualcosa che stava per succedere lo stavo già respirando.

Amo il mare, e durante l’estate che si è appena conclusa me lo sono goduto fino all’ultimo grammolitro di cloruro di sodio. Ma stasera ho provato l’adrenalina di un altro sguazzo. Quella di chi sguazza dentro la notizia, e che non ha bisogno di guardarla da un binocolo che fa tanto guardone.

Qualcosa cambierà. Qualcosa. Cambierà.

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E già mi chiamano KronaKina

13 ott

Sono andato in cucina con un’intenzione ben precisa, e credo s’intuisse anche dal mio modo di muovermi. In mano avevo l’arma del delitto. Ormai era arrivato il momento di mettere i dovuti paletti. Mamma – le ho detto appena arrivato – scusa ma io queste qua non le indosserò mai! A quel punto ho tirato fuori l’oggetto che mi aveva fatto scattare la molla, l’indumento che avevo trovato tra la mia roba, in mezzo alle mie mutande. Nientemeno che un paio delle sue. Sì, le sue mutande. Stavo cercando un cambio per il dopo-doccia, e al tatto ho capito subito che qualcosa non tornava. Erano slip da donna, neri, con sopra tutti quei ricamini complicati che soltanto loro potrebbero comprendere, finite lì per sbaglio dopo aver stirato i portaculo di tutta la famiglia. Dal canto mio avevo compreso un’altra cosa, e tutt’altro che complicata: qualcuno stava mettendo in atto un complotto contro di me.

Da giorni stavo ricevendo mail piuttosto strane. Ogni volta che mi si rivolgeva direttamente, il mittente, sempre lo stesso, mi parlava come fossi una donna (e no, non mi stava dando del lei). Mi diceva cose come Sei la benvenuta!, Adesso che sei diventata nostra collaboratrice…, e io non riuscivo a capire il perché. Anzi sì, lo capivo. E’ che mi sono proposto a un portale femminile. No, niente bunga bunga virtuale. Stavo semplicemente cercando lavoro. E mi hanno preso. Incredibile, sì, mi hanno preso. Per annunciarmelo e per mettere sul piatto tutti i dettagli della cosa, io e la direttrice ci siamo scritti più e più volte. E ogni sua risposta conteneva almeno una parola accordata al femminile. Alla fine ho capito che si trattava di “lettere” preimpostate, preparate appositamente per comunicare con le aspiranti croniste in cerca di fortuna. Immagino di essere uno dei pochi uomini (uomini?!) ad aver osato appoggiare la propria penna (ho detto “penna”) su un sito per donne. O magari no. La cosa certa è che parlare con la direttrice è stato un po’ come conversare con un automa, con uno stronzissimo robottino che non è capace di distinguere il culo di un uomo da quello di una donna.

E a quanto pare nemmeno mia madre.

Ma poi la storia delle mutande mi ha spinto a mettere i paletti (!!!), chiaro segnale di virilità anche solo da un punto di vista semantico. Ci siamo fatti quattro risate. Io, i miei genitori, la mia ragazza, i miei amici. E già mi chiamano KronaKina.

Due giorni fa mi sono preoccupato sul serio. Mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo in un negozio di abbigliamento a comprare una maglia per il suo amico del bar che stava per compiere gli anni (l’amico, non il bar). Fin qui tutto bene, non fosse che di solito odio fare queste cose, detesto andare in quei posti. Ma stavolta no. Stavolta mi sono fatto prendere da un’anomala smania di shopping, e ho risposto di sì quasi con entusiasmo. Ma per fortuna al secondo paio di pantaloni che provavo ho sentito i miei testicoli triturarsi come al loro solito dentro quel fottutissimo camerino (scusate, faccio il volgare per sembrare più uomo). Per noia e per insofferenza, e non per colpa di una lampo incastrata proprio lì dove fa più male (ma comunque i ricamini complicati avrebbero attuttito il dolore). L’importante è che non sono tornato a casa con una sottana nuova. Quella la passo a prendere domani. L’altro giorno la mia taglia era finita.

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Molla l’osso, Mister Paradosso!

8 ott

Io lo so che un gratta e vinci vincente (che se così non fosse dovrebbe chiamarsi “gratta e perdi”) può cambiarti la giornata, e allora senti il bisogno di dirlo subito a qualcuno, di raccontare il tuo successo temporaneo. Anche solo per venti euro. Sì, una sfoglia da venti e ti senti già di tutta un’altra pasta. Che come dice Quelo c’è grossa crisi, e allora prendiamo tutto quel che c’è da prendere. Vuoi mettere, poi, il gusto della sfida contro lo sorte, contro una dea bendata a cui a volte ti verrebbe da gridare: Ma perché cazzo non te la togli quella cosa dagli occhi? Non sei mica la figlia di Capitan Uncino!

E poi lo so che ci sono quei piccoli grandi casi che ti fanno sentire vivo, quelle notizie che fino all’ultimo non sai mai se sono rumori di corridoio o spifferi provenienti da finestre che è meglio spalancare tanto è grossa la cazzata. E’ che l’idea che Kobe Bryant possa venire a giocare in Italia stuzzica la curiosità di molti. E’ come se Madonna venisse a fare un concerto a San Siro con quei Teletubbies mancati dei Cugini di campagna. Il basket italico è in fermento per via di questa (a mio avviso lontana) possibilità, e mio padre pure, anche se nega e non capisco bene il perché. Tant’è che mi racconta ogni cosa, ogni pettegolezzo che passa per i suoi quotidiani diventa di mio dominio. E me li riferisce tutti con entusiasmo, come un Signorini che intervista Piersilvio, tanto per rimanere in famiglia. Ecco, ormai Kobe Bryant è diventato per me una sorta di fratello. So che è stato qui da noi (in Italia, non a casa nostra), che ha rilasciato interviste anche al giornalino della parrocchia, che ha rievocato la sua infanzia con aneddoti dolci (anche per forza) come quello del gelato mangiato a Reggio Emilia tanti anni fa. Ecco, io so tutto. Ed è tutto merito di mio padre.

Mister Paradosso è il mio informatore personale. Sono un aspirante cronista, mastico news ma sono spesso di seconda mano. La prima è quella di mio padre. Sì, proprio lui, Mister Paradosso. L’uomo che non è mai contento, ma d’altronde dev’essere una sorta di vizietto paterno (oltre il lotto, il superenalotto e il calcioscommesse). L’uomo che dopo pranzo è tutto contento del tuo probabile contrattino con una rivista femminile (!!!), che tutto soddisfatto ti dice Allora ccc’hai mercato!, con la c trascinata a mo’ di rafforzativo, ma che a fine pomeriggio ha già qualcosa da ridire. Che poi io non vendo slip e calzettoni in piazza al sabato mattina, per me il mercato è niente più che un crocevia di bancarelle e di venditori di pesce falliti tanto hanno da strillare. Ma sì, la sua era sicuramente una manifestazione d’affetto, un essere fieri della propria progenie. Che poi sarei io. Gulp!

E allora, Mister babbo Paradosso, lasciami lavorare. Lo so che hai vinto venti euro, lo so che Kobe Bryant alla Virtus Bologna è il tormentone sportivo del momento. Ma per una volta che ho da fare, ti prego, molla l’osso. Mi entri in camera per parlare. Se trovi la porta chiusa a chiave t’improvissi Lupin e quasi me la scassini per dirmi del grattino vincente e del campione viaggiante. Io sorrido e ti faccio notare che sì, ultimamente hai proprio tanta voglia di parlare. E tu, proprio tu che durante l’estate sei arrivato a sfuriare per la mia indolenza da giornalista represso urlando come gli ambulanti di cui sopra, ora mi rispondi: No, sei te che sei sempre occupato!.

Mister Paradosso è proprio il classico papà, fiero ma mai contento. O magari sì, perché in fondo io lo guardo e capisco. Capisco che per lui i piccoli passi che sto muovendo negli ultimi tempi sono come i venti euro vinti al gratta e vinci. Possono cambiarti la giornata, e il successo temporaneo di tuo figlio resta sempre qualcosa da raccontare.

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Questione di palle

5 ott

Sento come delle unghie su una lavagna. E’ un suono che a molti dà un gran fastidio. A me pure, ma riesco a sopportarlo meglio di altri. Artigli aguzzi come coltelli che grattano su grafite nerissima. Per alcuni un gran baccano, per me una variabile impazzita, un sintomo, la metafora di qualcosa che non va. Di qualcosa che stride. E in effetti è così. Sì.

Ieri ho passato la serata al pub con gli amici. Dovevo fare un favore a uno di loro, innamorato cotto di una sua collega. Io e un altro abbiamo acceso delle lanterne di carta, quelle che si usano in certe feste d’estate, quelle che s’involano e fanno luce per circa un minuto e mezzo per poi precipitare giù come rimasugli di satellite. Tutto questo a debita distanza, per non farci vedere, mentre i piccioncini si godevano un momento di pseudoromanticismo sulla sabbia gelida di un inizio ottobre che di giorno sa di fine estate e la notte sa di vigilia di Natale. Nell’attesa di andare in riva al mare ci siamo bevuti birra e vino (rigorosamente offerti dall’amico caduto vittima di quel serial killer legalizzato che prende il nome di Cupido), nella speranza di non star mettendo troppo a dura prova i nostri poveri fegati. Abbiamo aggiunto uno shortino poi ci siamo avventurati in spiaggia, schivando posti di blocco neanche fossimo gli Alberto Tomba dell’asfalto (mentre scrivo immagino mia madre che legge e strabuzza gli occhi… se nei prossimi giorni doveste vedere un giovincello per strada con un vecchio giornale sotto braccio offritegli pure del cibo: è probabile che sia io).

Tra una botta di cirrosi epatica e l’altra, prima di andare via dal pub mi sono trastullato un po’ con Facebook dal mio cellulare. In quel momento mi ha contattato la mia amica giornalista, Robomba Perdi, nientemeno che da Haiti. Mi ha raccontato del poco cibo a disposizione, delle bidonville attraversate da sola, e alla fine mi ha salutato dicendomi di dover rientrare in tenda prima dell’arrivo dei topi. Io stavo sorseggiando Brachetto in un pub pieno di coppiette arrapate, mentre lei stava schivando ratti haitiani con la faccia di Wyclef Jean. Io stavo raccontando al mio compagno di lanterna della paga più che dignitosa promessami dal periodico che mi ha voluto come collaboratore, mentre lei mi stava dicendo dei cento eurini presi per la sua ultima intervista in esclusiva, quella per la cui pubblicazione mi ero adoperato pure io.

Tra noi c’è un dislivello retributivo davvero notevole, ma soprattutto c’è una grande differenza tra i rischi che corre lei per cercare notizie sul posto e la morbida imbottitura della mia ormai proverbiale poltrona da direttore (di cosa, poi, non si è ancora capito). E gliel’ho detto, alla Robomba: Tu hai molte più palle di me. Lei ha ammesso che sì, per fare quello che fa ci vuole una buona dose d’incoscienza. E lo credo bene. Ma a me mamma-etilometro-premier-velina ha fornito una dose di razionalità sopra la media, tanto che a volte arrivo a uccidere certi miei slanci con le mie stesse mani. Una sorta di aborto dell’entusiasmo che mi fa tanta rabbia, e che mi fa venire voglia di uscire dal mio stesso corpo per infilarmi in quello di Jessica Alba. Cosa che farei volentieri a prescindere.

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Etcì tiggì

30 set

Dicono sia colpa dei malanni preautunnali. Ma qua è tutto un preautunno, e non mi sembra il caso di dare la colpa ai tori se siamo tutti un po’ cornuti. Dicono sia un problema di stagione, di un clima allo sbando che va dai mari ai monti passando per le campagne. Ma qua è tutto in alto mare, i monti dell’economia sono sempre tre (un minzolino d’oro a chi capisce questa) e la campagna è eternamente elettorale.

E in mezzo ci siamo noi, coglioni da scrutinio dopo una tornata elettorale a cui oggi in molti vorrebbero tornare davvero. Siamo tutti sotto processo, intercettati da un buon senso che oggi fa un po’ senso perché non è poi più tanto buon. E buon per voi che ancora ce la fate a reggere questi tiggì. Io i giornali (tele e non) dovrei farli per mestiere. Li farei volentieri, se me li facessero fare. Scriverei i miei bei pezzi, anzi li scriverei anche tutti interi. Articoli da regalo. Ma no, col pene che ve li regalerei. Devo pur portare a casa la pagnotta, che sennò qua lo sfilatino me lo mettono dove non batte il sole. E quando non batte il sole. Poi trovatelo voi un forno aperto alle due del mattino. Va a finire che senza pane m’attacco al pene. Già che tra pene e Penati mi fanno tutti un po’ pena, mentre il paese pena le pene dell’inferno. Si attaccassero al pene pure loro, eccheppene, oh! Ho visto il tiggì e mi sono impenato. E ho anche capito che i malanni di stagione non c’entrano proprio un pene col mio penoso starnutire. E’ che sono diventato allergico al tiggì e a tutti i suoi derivati, e ve lo dico così, pene al pene vino al vino. E’ che non gradisco quel che vedo e neppure quel che sento. Rigetto le informazioni date così, alla pene di cane. Le percepisco come fossero batteri, come fossero lo specchio di una cancrena para-giornalistica che fossilizza il paese senza la possibilità di mandarci (a quel paese) chi davvero se lo meriterebbe.

Adesso l’aspirante prende un’aspirina perché aspira a stare meglio. Che domani è un altro giorno. Un altro giorno di malanni nazionali da far pena al pene.

(ogni riferimento a organi riproduttivi maschili è puramente dis-causale)

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StorpiaKus

29 set

L’onorevole Battistoni è online

L’onorevole Battistoni: ciao KronaPus, il giornalista infiammante..

KronaKus: ué, ué, bada a come parli!

L’onorevole Battistoni: ahah!

KronaKus: non fa ridere.

L’onorevole Battistoni: ..KronaTrousse, il giornalista truccante..

KronaKus: ..e KronaBus, il giornalista viandante? no?!

L’onorevole Battistoni: ..StrozzaKus, il giornalista che mi uccide..

KronaKus: se non la smetti è probabile.

L’onorevole Battistoni è offline (forse per asfissia, chissà)

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Ciao genitori guardate come mi sto divertendo adesso

27 set

Mi ha guardato e mi ha sorriso. Mi ha anche augurato buon lavoro, ma questo forse me lo sono sognato io. So che qui è diventato tutto surreale. Direi quasi irreale. Io che mi metto a lavorare all’una di notte, e questo, ok, è più che normale. Io e il mio pc siamo vecchie belve che ululano nella notte (con immensa gioia del vicinato), e tutto questo di certo non fa notizia. La notizia è mia madre dalla porta della mia camera, che mentre sta per andare a dormire mi guarda e mi sorride. Ci scambiamo un buonanotte e un buon lavoro. Io che tutto soddisfatto le dico che adesso devo creare, lei che di nuovo sorridendo mi domanda come ci riesca (io a creare, non lei a sorridere), ché lei ha un’arteria pratica piena di globuli rossi e ben viaggianti, ma la vena creativa ce l’ha otturata dalla nascita.

E’ un quadretto notturno che mi sa tanto di fantascienza. Ma l’arcano è presto svelato. E’ che a casa mia comincia a propagarsi l’odore dei soldi. Soldi portati da me. L’aspirante cronista è alle prese con le sue prime ritenute d’acconto. Il denaro non tintinna ancora, ma per una volta le promesse di pagamento odorano di buono e non di bruciato. E questo cambia tutto.

Ora scusatemi ma devo andare. Ho appena finito di scrivere tre articoli (e un post, questo) al chiarore di una luna che mi sembra compiaciuta. Mi guardo, mi sorrido e mi auguro la buonanotte. E buon lavoro a chi si sveglia adesso e a chi poco ci manca. Tra cui mio padre, ormai prossimo alla sveglia. Difficile dire se la sua luna sarà altrettanto compiaciuta oppure storta. Nel dubbio vado a ululare sotto le coperte prima che il gallo canti rovinandomi la festa.

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Amarcord blues

24 set

Ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quello che avevo definito il giornale dei sogni. L’avevo chiamato così perché si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose. Oggi credo ci si stia ancora bene, ci si senta ancora bene. Che si facciano ancora buone cose, invece, lo so per certo. Perché a volte li seguo, quei burloni, ma sempre a debita distanza. Con loro ho un contratto di collaborazione della durata di anno. E sta per scadere. Quell’anno è quasi finito. E io ripenso a un anno fa, al mio periodo di stage in quel giornale dei sogni. Poi penso a oggi, e capisco che il sogno sarebbe piazzarci su un pezzo col mio nome. Farlo davvero. Sentire che c’è un mondo al di là di questo limbo avvilente. Percepire che appartengo ancora almeno un po’ a quel posto di carta in cui si stava bene, mi sentivo bene, si facevano buone cose.

Invece sto qui a rimuginare su quanto sia difficile farne parte, su quanto inserirsi con un proprio articolo corrisponda a un’impresa bella e buona. Ci vorrebbe un piccolo scoop personale, una notizia tascabile ma che faccia scalpore. Niente roba di seconda mano, che sennò rischi di passare per scemo. E a ragione. E’ da scemi pensare che un giornaletto, bello ma grosso quanto un chihuahua nano, possa pagare l’ultimo arrivato per notizie che un qualsiasi redattore stipendiato potrebbe trovare su Google per poi rimescolarle a piacimento. E’ altrettanto da scemi pensare di farsi largo con interviste in esclusiva a illustri figuri che lasciano scritto su Facebook il proprio numero di cellulare, e che quindi chiunque potrebbe contattare. I pochi soldi che girano sono destinati a loro, i redattori stipendiati (forse). I collaboratori vengono dopo (sempre forse), e nell’attesa non possono far altro che guardarsi intorno, all’eterna ricerca della sacra notizia. Per poi ritrovarsi con le mani vuote e con le tasche ancor di più. Ché quel poco che trovi lo capitalizzi con un grazie e po’ di soldi del Monopoli. E allora ti volti, ti volti un’altra volta. Ripensi al pieno di un anno fa e al vuoto di oggi. E ti riscopri a giocare a trova le differenze immerso nel tuo amarcord blues.

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Ciao papà guarda come mi sono divertito

20 set

La gente della notte fa lavori strani, certi escono oggi e finiscono domani. Poi sia chiaro, i falò si fanno, ma mica per mestiere. Servono a salutare l’estate, a saldare indelebilmente nella nostra mente il ricordo di una stagione ormai morente. Servono a ritrovare persone e spensieratezza, a dare un ultimo sguardo al mare nero-notte rischiarato da uno spicchio abbondante di giallo-luna.

E poi serve e sentirsi un po’ merde, a tornare a casa all’alba del giorno dopo. E l’unica glaciazione che c’è è quella che senti dentro, quando vedi tuo padre che è appena uscito dalla doccia e tu che sei appena arrivato e stai per dargli il cambio. Lui si è lavato per prepararsi al lavoro, tu stai per lavarti per scrollarti di dosso la sabbia e per prepararti a un sonno che non ti abbandonerà prima delle tre del pomeriggio.

Ero convinto mi avrebbe fulminato. Nonostante il cielo fosse sereno ero convinto mi avrebbe fulminato. Ma era sereno pure lui. Mio padre come il cielo. Non riconosco più l’aria che tira a casa mia, ultimamente. Ogni volta che faccio un commento positivo di questo tipo finisce per rivoltarmisi contro, che le cose precipitano nel baratro chiamato lite-domestica-furibonda. Finisce che il sereno cessa di essere sereno. Così, con serenità. E che dentro queste quattro mura si scatenano fulmini e saette. Ma no, non sono stato fulminato. Né da mio padre né dal cielo, religione a parte. Speriamo che duri.

L’ho salutato timidamente prima della doccia. Ho rinnovato i miei ossequi subito dopo. Mi sono intrufolato in camera mia. Mi sono messo la mutanda pulita. Mio padre si è affacciato dalla porta, e io l’ho guardato dal basso della mia mutanda. Ero pronto per la predica. Invece lui è entrato con uno sguardo entusiasta, e con voce fresca di risveglio mi ha detto compiaciuto: Hai visto che gavettone hanno fatto a Ronchi?. Io ho risposto di aver letto il titolo della notizia su Repubblica.it dal mio cellulare, dimostrandogli che resto sulla notizia anche quando mi gingillo davanti ai focolari da spiaggia. Non mi restava che dirgli una frase, che citare anche a lui la stessa canzone che avrei cantato a mia madre un paio di mattine prima, seppur con qualche variante. Ciao papà guarda come mi sono divertito. Che la notte porta consiglio, magari pure i quattrini. Di certo porta sabbia e divertimento spensierato. Ma no, non ho voluto esagerare. Dentro questa casa mi sento in debito morale. Preferisco non ostentare il parassitismo che è alla base del mio agire. Che poi non sarebbe stato come cantare Jovanotti a mia madre, perché perlomeno lei questo blog lo legge, e lo legge pure a voce alta. Lo fa davanti a mio padre, dopo che lui torna dal lavoro, quando quel fresco di risveglio non è che un ricordo remoto appartenente a un’altra era geologica. Durante l’omelia kronakussiana, l’uomo dal cui seme sono venuto io tiene gli occhi (quando aperti) puntati su L’Eredità. Risponde ai quiz di Carlo Conti in attesa che qualche professorina o come cavolo si chiamano gli allieti il pomeriggio. Mentre mia madre continua a leggere a voce alta.

Ma io sono tranquillo. I muri apprezzano tanto quello che scrivo.

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Ciao mamma guarda come mi diverto

16 set

Era sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Mi guardava con fare serioso. Guardava me che andavo in bagno. Io la guardavo dall’alto della mutanda con cui avevo dormito fino a tre minuti e mezzo prima, con gli occhi talmente socchiusi che se sono riuscito a riconoscerla è stato soltanto perché so che condividiamo la stessa casa da circa ventott’anni. Non poteva che essere lei. Mia madre aveva la solita faccia, anche perché tutti quanti ne abbiamo in dotazione una a testa, e a meno che non raddoppiamo le teste la regola è questa e zitti e mosca. Oggi come oggi la faccia la cambia chi non vuole invecchiare. Oggi come oggi se cambi la faccia fai quasi sicuramente il premier, oppure sei un’ex-velina con l’ansia da putrefazione. Colei che mi ha partorito non tiene su governi, al massimo governa la casa. E nonostante sia piacente non ha di certo un passato da soubrette (anche se spesso s’incanta a guardare i balletti in tv, ma questo non basta a fare di lei un Heather Parisi versione casalinga). Perciò a guardarmi dal piano di sotto era sempre lei, mia madre con la faccia di mia madre. Con la faccia che ha quando non approva la mia sveglia. Una sveglia che non metto. Mai. Quasi mai. Sono mesi che potrei alzarmi e scendere in cucina direttamente per pranzare. Io vivo di notte, le mie mattine sono fatte per dormire, per poi passare il pomeriggio a programmare la notte che verrà. Che passerò quasi sicuramente scrivendo, o leggendo. Una routine che lei non approva. Per lei la notte è fatta per stare a letto, e io m’incazzo ogni volta che me lo ricorda. Il motivo è semplice: chi diavolo le dice che io non scriva o non legga dal letto, stando stravaccato su quel materasso su cui poi mi appisolerò?

Ero davanti alla porta del bagno. Ho visto un’ombra dietro di me. Mi sono voltato. A guardarmi c’era sempre il solito sguardo. Inquisitorio tendente all’accusatorio. Lo sguardo di chi è contrariato. Ero pronto al peggio, all’ennesima critica di questa lunga estate caldissima. Poi finalmente mi ha parlato.

“Cosa facciamo per pranzo??”.

Lo sguardo disteso, la voce squillante. L’aria intorno era rilassata. E’ stato un risveglio come tanti, ma allo stesso tempo un risveglio diverso. Per una volta non mi sono sentito criticare, non mi sono dovuto sorbire la solita solfa di chi non vuole comprendere. E comprendermi. Era l’ora della pasta, e quella le ho suggerito di cucinare. Era l’ora della pasta, e per una volta non mi sono sentito dire che sarebbe stato meglio se fosse stata l’ora del latte e biscotti. Fantastico. Eccezionale. Se mia madre dovesse candidarsi a premier credo che la voterei. E se dovesse mettersi a fare la velina credo proprio che cambierei canale.

Meglio così, anche perché non avrei retto. Sarebbe scoppiata l’ennesima lite, una delle tante di questo periodo. Ero stato quasi due ore a rigirarmi nel letto, ad alzarmi dolorante, di continuo, a soffrire in silenzio per via del mio mal di shopping (ancora la sinusite, ancora un enorme mal di testa). Io prendo medicine soltanto se sono in punto di morte, perciò sono stato due ore a tribolare. Ho chiuso occhio alle 6 e mezza. Ho sentito mio padre alzarsi, lavarsi, asciugarsi, vestirsi, aprire la porta e andare a lavorare. Poi mi sono addormentato. E al mio risveglio non ero di certo dell’umore giusto per vedermi l’indice di mia madre puntato addosso come un uzi.

Ma è andata bene, anzi benissimo. Sarà che qualcosa si sta muovendo. Sarà che il presente odora un po’ più di futuro, e che il futuro odora un po’ più di presente. Sarà che i calendari hanno un po’ tutti lo stesso odore a prescindere dal mese. Sarà che i passi in avanti sono piccoli, ma sono pur sempre passi. Sarà che si va, non si sa dove ma si va. Sarà quel che sarà. E alla mia mamma premier-velina che legge pure questo blog canto una canzone di qualche anno fa. Ciao mamma, guarda come mi diverto. Dai che la notte porta consiglio. E forse pure qualche spicciolo.

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Il dispiacere di fare la spesa

14 set

Ringrazio l’Auchan per avermi ricordato come si sta a Natale con tre mesi e mezzo di anticipo. Ringrazio l’Auchan per avermi fatto incontrare Pingu e la foca Sibert tra una confezione di Magnum e una di Polaretti. Ringrazio l’Auchan per avermi fatto scambiare due chiacchiere con Capitan America, bello bello ibernato tra l’emmenthal svizzero e il salame Beretta. Ringrazio l’Auchan per avermi fatto venire raffreddore e mal di testa, per aver risvegliato il mio più grande nemico. La sinusite. Ringrazio l’Auchan per avermi ricordato anche che l’estate è quasi finita, che i climatizzatori non servono più e che è ora che mi trovo un cazzo di lavoro.

Spero che anche l’Auchan mi ringrazierà quando al suo interno avrò piazzato una bomba a grappoli telecomandati, ognuno diretto a un bocchettone dei suoi fottutissimi condizionatori ghiacciafuoco.

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In alto mare

8 set

I gabbiani stanno fieri sugli scogli. E’ quasi il tramonto, io me ne sto immerso nel loro mare. E mi guardano storto. I gabbiani mi guardano storto. Faccio avanti e indietro lungo la linea degli scogli. Nuotando. Così, per mantenermi un po’ in forma. Poi d’improvviso le meduse mi mordono, anticipando la fine di un allenamento di per sé sciatto. Torno all’asciugamano. Vedo un’ape che mi ronza intorno con fare inquisitorio, mentre i gabbiani si avvicinano a me sbeccolando tra i sassi in cerca di cibo.

La fauna del mare, di dentro e di sopra, mi invita a sgomberare. Mi fa sapere che la stagione del sole e della salsedine è ormai finita. E che è ora che pure io mi metta a sbeccolare un po’.

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Vuoi vedere che… (2)

6 set

Robomba Perdi è online

Robomba Perdi: ehi kronny, ciao! ti disturbo?

KronaKus: ciao roby, vado e vengo. dimmi..

Robomba Perdi: mmm.. no no, tranquillo. volevo far due chiacchiere, ma se vai e vieni parliamo la prossima volta!

KronaKus: no no, dai! dimmi.

Robomba Perdi: ok… lo sai che parto per destinazioneignotachenonvièdatosapere?!

KronaKus: sei sempre in movimento, complimenti! reporter pure lì?

Robomba Perdi: sì sì, vado a fare un reportage. mi appoggio per un po’ a una fondazione onlus. poi ho trovato uno sponsor che mi paga il viaggio! e niente, ora sto definendo un po’ il programma. mi son già fatta tutti i vaccini di ‘sto mondo e di quell’altro..

KronaKus: insomma potresti anche andare su marte senza problemi. quando vai? non su marte, eh..

Robomba Perdi: fine mese.

KronaKus: hai già chi ti prende i pezzi?

Robomba Perdi: bella domanda. forse quella famosa agenzia con cui ho iniziato a collaborare dopo essere tornata dall’altradestinazionechenonvièdatosapere. poi c’è quell’altro sito d’inchieste per cui scrivo da un mesetto. dovrei riuscire a metterci qualcosa. inoltre l’azienda che mi paga il viaggio mi ha fatto capire che spingerà per farmi pubblicare qualcosa su qualche settimanale di punta. però, se mi chiedi certezze.. nada!

KronaKus: la cantante? ha messo su un giornale?!

Robomba Perdi: ahah! io comunque sogno quattro pagine su L’Espresso..

KronaKus: chissà. in bocca al luppolo!

Robomba Perdi: crepi!

KronaKus: come fa il luppolo a crepare?!

Robomba Perdi: a te come va? novità? bisogna che ci diamo una mossa, qua diventiamo vecchi (considerazione di fine estate, sorry!).

KronaKus: più che altro mi sembrava una considerazione di inizio autunno..

Robomba Perdi: forse è così, infatti!

KronaKus: io all’orizzonte non ho niente di particolarmente importante, se non la cosa carina che sto facendo per quelli di colcazzochevelodico magazine. hai presente la rivista in abbonamento di cui parlo, no? mi hanno contattato loro tramite questo blog. credo vogliano la penna di kronakus (al ladro!), il suo taglio di scrittura.. ho già fatto tre pezzi e un box che andranno sul numero di ottobre. non sono inchieste, lo so. non lo sono nemmeno alla lontana. ma in fondo non mi sono mai ritenuto un inchiestista. ed è divertente. scrivere per loro, dico. è divertente. sono esigenti, mi stanno spingendo verso nuovi livelli di scrittura. o perlomeno per me lo sono. nuovi livelli. mi piace.

Robomba Perdi: caspita, complimenti! vedi? l’anonimato ha premiato! anche perchè questi – in teoria – dovrebbero pagare bene. o no?!

KronaKus: però lì firmo col mio vero nome. più che altro ha premiato il modo in cui scrivo qui. bello o brutto che sia, a qualcuno è piaciuto, mi ha contattato e mi ha voluto dare una possibilità. si è parlato di soldi, ma senza quantificare. per il momento mi sono limitato a scrivere. mi sono divertito, ora vediamo che succede.

Robomba Perdi: vabbè, già che se ne è parlato…! eh sì, fai bene!!

KronaKus: sì, di ‘sti tempi già l’averne parlato è roba da ricchi.

Robomba Perdi: programmi a 360 gradi?

KronaKus: sì. faccio un giro su me stesso e torno.

Robomba Perdi: ahah!

KronaKus: niente programmoni ad angolo giro, no. sono sempre alla ricerca di angoletti acuti per racimolare qualcosa, nella speranza che il mio essere un angolo così troppo ottuso non mi faccia finire con qualcosa di grosso infilato nell’angolo retto. scusa se ti ho fatto questo discorso a tutto tondo, ma come vedi qui la cosa non quadra.

Robomba Perdi: stavo per chiederti.. MA CHE TI SEI FUMATO?!?

KronaKus: assolutamente niente. è che se non ti scoccia sto pensando di sfruttare questa conversazione per un post. sempre se vuoi. ovviamente camuffando nomi e tutto il resto. in prospettiva di questo mi sono fatto prendere un po’ la mano. sai, stavo già pensando di scrivere qualcosa sul mio blog riguardo il mio approdo su colcazzochevelodico magazine, ma sono pigro (questo spiega il mio limitarmi agli angoletti acuti), e allora ho pensato di usare questo botta e risposta.

Robomba Perdi: fai fai, ci mancherebbe!

KronaKus: grazie mille. comunque io sono così. quando mi gira scrivo così, non solo per il blog. per il resto fumato niente, però ho bevuto un bicchierino di brancamenta annacquato.

Robomba Perdi: non sarò di certo io a frenare la tua creatività. però con quella degli angoli acuti temo che potresti perdere qualche lettore.

KronaKus: dici?

Robomba Perdi: dico.

Robomba Perdi è offline

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Delirio di fine estate

3 set

Ho un muscolo contratto perché senza contratto. Una parte di me che scalcia senza trovare l’obiettivo. Scatto una foto alla mia vita con l’obiettivo di darmelo, l’obiettivo. E l’obiettivo della macchina mi dice che la macchina non va. La macchina son io. Devo guidare di più.

Vi narro che non narro quanto potrei narrare. Che corro verso una meta che non è neanche la metà della meta intera che vorrei. Della mela intera che vorrei. Ma non siam mica alla frutta, sicché vi narro che posso narrare più di quanto narro, e che narrerò come il cronista impazzito della fantasia più spinta. Mi spingo oltre me stesso, rimetto in moto il mio muscolo contratto anche senza contratto. Vi racconto quel che conto che conti, quel che credo possa contare nella matematica di un vivere in cui dare i numeri non è sempre la soluzione del rompicapo. Mi rompo il capo, io che un capo non ho. Me lo svuoto perché pieno di me. Scriverò. Narrerò. E se non lo farò sarà stato soltato un delirio di fine estate.

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L’unica cosa che conta

1 set

La tv mi fa nostalgico. E come direbbe Cetto La Qualunque, Dadadà non c’entra una beata minchia. Non è nemmeno perché ormai quella scatola proietta-cazzate è diventata per me una coinquilina invisibile, e allora ritrovarmela ogni tanto lì sul mobile, neanche fosse tornata da una crociera esotica, mi fa ricordare i tempi di Mazinga e di quel gran pezzo di Lady Oscar. No, non per quello. La nostalgia mi è arrivata, leggera ma improvvisa, per via di un promo che sta circolando da giorni su di un film che mamma Rai ha messo in caldo per il nostro tiepido autunno.

E’ che io Fortapàsc me lo sono già visto. Ero ancora nel Paese dei Polpacci, a sognare un futuro incerto con felicità a momenti. Erano i tempi della scuola di giornalismo, tempi che oggi sembrano quelli di Jurassic Park. Non del film, proprio la preistoria. E invece è passato poco più di un anno. Eravamo nella camera della Silente, la collega che avrebbe tanto da dire, coinquilina mia e dell’amico Invasato. Immaginavamo un avvenire avventuroso, fatto di tanto impegno e di altrettante parole. Abbiamo tremato nel caldo di quel residence, di fronte al sacrificio di una persona che credeva nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

Il tempo ci sta dicendo che invece per noi c’è ancora tempo. Che per noi il tempo di quel tempo, quello dell’impegno e delle altrettante parole, non è ancora arrivato. Ma noi continuiamo a sognare il nostro futuro incerto con felicità a momenti, a credere nel giornalismo e nell’uomo. Soprattutto nell’uomo. Che poi è l’unica cosa che conta.

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Parole sante

26 ago

Mi sento come un bambino. Dopo l’esame da professionista, dopo l’illusione di un contratto che non porta a nulla, dopo il fascino irresistibile di un’estate dura a morire nemmeno fosse Bruce Willis, provo a muovere i miei primi passi nel mondo del lavoro. Proprio come un bambino. Che poi non sono davvero i primi. E’ che ormai che è arrivata l’ora di fare sul serio, di darsi una botta di defibrillatore e vada come vada. Ora passata.

E’ così che ho preso contatto con la sede locale di un noto partito nazionale, uno di quelli di peso. No, non sono in cerca di raccomandazioni. Né ho intenzione di fare body building mettendomi a sollevare qualche scalda-poltrona di Montecitorio. Continuerò a camminare con le mie gambe fino a che l’esasperazione e il bisogno impellente di denaro non me le taglieranno di netto. Ho pensato di propormi per l’ufficio stampa di quel partito. E sono partito anch’io. Dal basso. Dal basso più basso. Da quello che nelle scuole di giornalismo considerano il fallimento più grande. Chi esce da quegli istituti sforna-cronisti-disoccupati può vantare di aver avuto una formazione da giornalista vero. Sa scovare la notizia (si spera) e la sa raccontare (si spera), sa usare la penna (si spera), ma soprattutto il cervello (aspetta e spera). E l’ufficio stampa è tutto tranne questo. E’ il riportare notizie precotte assecondando l’ente o l’azienda per cui si lavora. Si diventa cronisti-vetrina, un po’ come le puttane olandesi, con in mano un tablet made in China al posto del classico vibratore rotante a doppia punta.

Ma non è un problema, anche se un problema c’è. Il problema è che c’è un problema nel problema. E che problema! Mi sono fatto passare i contatti dei vertici di partito da un ragazzo che ha già un ruolo di responsabilità tra i giovani adepti. Ho avuto nomi, cognomi, numeri di cellulare. E un monito che non lascia scampo. C’è già un addetto stampa, ma è giusto che ti dica anche un’altra cosa: sono tutti incarichi non retribuiti.

E meno male che noi giornalisti campiamo d’aria e di Spirito Santo. Meno male che siamo automi senza lo squallido bisogno di mangiare che avete tutti voi subdoli umani. Meno male che non abbiamo un mutuo da pagare, perché tanto non lo possiamo nemmeno chiedere, se non per far sganasciare quei poveri banchieri frustrati dalla crisi. Meno male che noi abbiamo comunque un futuro. Un futuro anteriore. Il nostro posteriore era già occupato.

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Notare il sarcasmo

14 ago

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Ho un tarlo nella testa

13 ago

Stanotte andrò a letto con un tarlo nella testa. Roba che se il mio cervello fosse fatto di legno mi risveglierei con il vuoto cosmico dentro il cranio. Stanotte andrò a letto con una convinzione, quella che qualcuno ce l’ha con me. Qualcuno con cui ho avuto a che fare circa tre anni fa. Qualcuno che KronaKus conosce bene, perché in fondo è di suo “padre” che stiamo parlando. KronaKus sono io. KronaKus però è soprattutto un personaggio, un alter ego. KronaKus (il pupazzo, non il ragazzotto che sta dietro le quinte) è nato nel suo grembo. Nel grembo del Capo. Il suo primo datore di lavoro. Ok, facciamo il suo primo datore di qualcosa che in tre anni non ha ancora trovato una definizione. Soldi non ne ho praticamente visti, e che fosse giornalismo in senso stretto la scientifica non l’ha ancora appurato.

Bene. Anzi male. Perché sembra che il Capo mi odi. Prima era un sospetto, ora è diventata una certezza. O se non mi odia crede almeno di avere ragione di ignorarmi. Sono tre volte che lo incrocio per la Baia delle Zanzare. Mai un saluto. Le prime due ho pensato non mi avesse visto. Da lui nemmeno un cenno, ma allo stesso tempo nemmeno uno sguardo. La sua ragazza invece mi saluta. E’ una mia compagna delle elementari, e carina carina quando ci si vede un ciao accompagnato da un sorriso me lo concede. Da piccoli non avevamo nemmeno poi tanta confidenza. D’altronde all’epoca io ero poco avvezzo alla socialità, ero il classico bambino tranquillo tranquillo. Troppo tranquillo. Mi chiamavano Camomillo. Il tempo è passato, le cose sono cambiate. Io oggi sono un’altra persona. Non sono un animale da palcoscenico, non è nella mia natura, ma sono diverso da una volta. Oggi socializzo. Adoro parlare con la gente. E adoro anche solo salutarla, o farmi salutare. Ma il Capo no. Lui non vuole farlo.

Non è la tipica paranoia della notte. Stasera l’ho incontrato per ben due volte, e alla seconda mi ha addirittura guardato negli occhi. Dritto negli occhi, o quasi. E’ stato un lampo, una cosa molto furtiva. Ma lui mi ha visto, e io ho visto lui. Soprattutto ho visto che mi ha visto, e questo fa tutta la differenza del mondo. Perché è caduto anche l’ultimo muro: non è che non mi veda, non mi caga proprio.

C’ho riflettuto parecchio, e se posso dirla tutta la cosa mi urta abbastanza. Non il doverci riflettere, ma l’immotivata assenza di un cenno, la mancanza della più semplice delle cordialità. Un ciao (seppure certi motorini non vadano più di moda). Anche un ciao stronzo, volendo. Sarebbe già più gradito. Avrebbe già più senso.

Siamo diversi, e questo non c’ha mai permesso di avere una vera empatia. Personalmente ho vissuto come qualcosa di bizzarro il fatto che il mio Capo fosse uno della mia età, uno che fino a pochi anni prima lo vedevo girare per la mia stessa scuola. Ma soprattutto è la diversità ad averci separato alla nascita di un rapporto di presunto lavoro che difficilmente si sarebbe evoluto in qualcos’altro. Che so, magari in un’amicizia, o nel semplice piacere di fare due chiacchiere extra-(presunto)lavoro davanti a un caffè che non fosse quello della macchinetta della redazione. Abbiamo idee politiche opposte, ma soprattutto ha un modo di intendere la vita che è l’esatto contrario del mio. Tutto più che legittimo, ma evidentemente tanto basta a negarmi il saluto. Lui è il classico uomo d’affari, il self-made man con il culto dell’imprenditoria intensiva, e che non disdegna il salto (già fatto) nei palazzi della politica. Lui si ammazza di lavoro, io rischierei di ammazzarmi di noia se non fosse che ho più interessi di uno strozzino.

Ci sono diversità che mi fanno venire l’orticaria, atteggiamenti a cui non riesco a trovare una ragione d’essere. Ma il bello di me è che li so accettare. So soprassedere, purché ci sia un rispetto reciproco. E salutare è sinonimo di rispettare. Ma forse lui ha capito che non sono della sua stessa sponda. Ha capito che anche se ormai questa maledetta Baia gira intorno ai soliti due o tre Machiavelli di turno, io, il cronista nato dal suo grembo di mammo, giro in una direzione completamente opposta. Sono una lancetta con il vizio dell’antiorario. Prima o poi qualcuno mi farà passare un brutto quarto d’ora.

Che siamo diversi l’avrà capito quella volta che l’ho fatto incazzare. Mi occupavo del suo sito, e avevo messo in evidenza una notizia con le dichiarazioni di uno dei più grandi nemici della nostra giunta. Non la voglio nemmeno vedere quella faccia da cazzo, aveva detto. Così ho tolto la spunta, sono stato costretto a metterla in secondo piano. Ma va bene. Diciamo che va bene. Il Capo è il capo, la gerarchia delle notizie la detta lui, nonostante il fatto che la loro rilevanza dovrebbe venire prima delle ideologie indigeste.

Magari il punto non è nemmeno questo. Magari si è sentito tradito quando l’ho mollato su due piedi non appena ho saputo di esser stato selezionato per la scuola di giornalismo. Ma io alla sua promessa di farmi fare il praticantato non ho mai creduto, così ho seguito la mia strada. Aveva mosso mari e monti con la sua commercialista per capire come farmi avere un tesserino senza spendere che pochi spiccioli. Ma io non mi sono mai fidato. Mi deve ancora trenta euro. Trenta miseri euro. Figuriamoci se mi potevo fidare. Nel frattempo mi son fatto le ossa con professionisti veri. Professionisti non soltanto per via del tesserino, ma per l’esperienza. Quando me ne sono andato il Capo mi ha addirittura detto che se avessi imparato qualche trucchetto interessante a livello giornalistico glielo avrei dovuto comunicare. Sono stato fuori, ho fatto stage in redazioni importanti. Non mi pento. No, non mi pento. Nemmeno se non ho ancora uno straccio di lavoro. Non sputo mica su di un piatto che tra tasse e affitti mi ha fatto perdere non poco denaro, ma che perlomeno non mi ha fatto perdere una cosa ancora più importante della filigrana stessa. Il tempo. Ho fatto la mia scelta. Solo il mio me futuro sa se il mio me passato ha fatto la cosa giusta. Prendo la Delorean e vi mando un telegramma olografico post-datato.

O magari il problema è che sa di questo blog. Sa del sarcasmo di fondo, e magari non lo accetta. Ma questa è un’altra storia. E questa, forse, è davvero la tipica paranoia della notte.

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Quando finisce un amore (3)

10 ago

George Clooney ha già scaricato la sua nuova fiamma, l’ex-wrestler e attrice Stacy Keibler, per aver spifferato su Twitter di essere stata invitata nella villa di lui sul Lago di Como.

Sbrodle. Twit. S-ciaf.

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Ok. Cosa c’è per merenda?

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Nell’alto dei cieli

9 ago

Vedo colleghi miei concittadini firmare servizi su Sky Tg24. Ma non sono mica invidioso, anche io ho contatti con la rete di Murdoch. Sono quattro volte in due giorni che mi telefonano per propinarmi il Multivision.

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Quando finisce un amore (2)

6 ago

George Clooney ha trovato una nuova fiamma, l’ex-wrestler e attrice Stacy Keibler.

Urca. Woah. Spawn.

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Ok. Cosa c’è per pranzo??

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Personal clown

4 ago

E’ che ho capito che a qualcuno faccio ridere. Così, senza tanto sforzo. Martufello, schiatta d’invidia.

L’altro giorno una ragazza su Facebook mi ha detto che a forza di farla ridere le ho fatto spuntare gli addominali. Buono a sapersi. Se dovesse andarmi male come cronista posso sempre riciclarmi come personal trainer.

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Vuoi vedere che…

3 ago

…il primo lavoro pagato (ma pagato davvero) lo trovo grazie a questo blog?!

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Fertile in canna (3)

1 ago

Mangia soltanto wurstel con ketchup, ha appena undici anni ma è già una fattucchiera.

L’altra sera abbiamo fatto una rimpatriata in famiglia. Ci siamo visti a mangiare del buon pesce. Roba a buon mercato, che qua mica si naviga nel Mar Nero color greggio, ma comunque buono. Finito di cenare ho fatto leggere a mia zia questa cosina qua. Arrivata in fondo ha fatto una risata fragorosa delle sue, roba da far impallidire Thor, quel pivello di un dio del tuono. A confronto i suoi giochetti atmosferici sono peti.

La gente si è girata per vedere come mai tuonasse dentro il locale. Chissà, magari si era crinata una vetrata e si sentivano i rumori provenienti da fuori. In effetti qualche vetro dev’essere partito, ma la verità è che a tuonare era stata mia zia. La colpa è del mio post, dell’ironia con cui condisco i miei scritti (ho provato anche sul pesce, ma non ci dice granché). Poi ha voluto fare un tentativo. Ha provato a farmi controllare la mano da una persona lì al tavolo con noi. Cribbio, stessa tecnica. Ha voluto la sinistra, rigorosamente a pugno chiuso. Ho cominciato a sudare, e non di certo per via del vino. Quando ho saputo il verdetto avrei voluto tuonare pure io, ma la zia di cui sopra è una parente acquisita, e non c’è la minima speranza che io abbia le sue stesse corde vocali.

Eccolo il verdetto. Due figli, due simpaticissimi pargoli. Proprio come mi aveva predetto l’amica filippina. Per fortuna questa volta non mi hanno saputo dire entro quanti anni li metterò al mondo. D’altronde mangia soltanto wurstel col ketchup, ha appena undici anni ma è già una fattucchiera. E brava la mia cuginetta.

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Auguri (diciamo)

28 lug

Oggi compio gli anni. Diciamo. Diciamo che oggi compio gli anni. E mi sono arrivati tanti auguri. Diciamo. Diciamo che mi sono arrivati tanti auguri. E do una festa. Diciamo. Diciamo che oggi do una festa. E vi invito tutti. Diciamo. Diciamo che vi invito tutti. E vi aspetto lì. Diciamo. Diciamo che vi aspetto lì. Perché esiste un “lì”. Diciamo. Diciamo che esiste un “lì”. Ed esiste un “quando”. Diciamo. Diciamo che esiste un “quando”.

 

 

Cliccate qui e accorrete numerosi. Vi divertirete. Diciamo.

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Fertile in canna (2)

26 lug

Lui ha i capelli lunghi lunghi e biondi biondi, ma soprattutto ha una figlia sveglissima. Abita dalle mie parti, ma soprattutto fa il giornalista. Io non lo conosco, ma mio padre (che sa tutto di tutti un po’ come Signorini, e che quando lo paragono a lui si offende alla grande) me l’ha sempre indicato come un cronista locale. Credo si occupi di sport, ma questo ora non conta.

La bambina, la sua bambina, stava pedalando al passo del papà, ma soprattutto gli stava rigettando addosso certe sue mancanze. Stavo tornando dalla mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti quando li ho incrociati a un semaforo pedonale. Eravamo a piedi, tutti quanti. Io, il giornalista capellone e la sua bimba svelta di testa e di pedale.

Allora c’andiamo domani a prendere il gattino nuovo?”, ha chiesto lei.
“Sì, cara, domani”, ha risposto lui.
“Promettilo!”
“Sì, te lo prometto…”
“Promettimelo!!”
“Sì, ci andiamo domani!”
“Prometti che non farai come le altre volte, che mi dici una cosa poi hai un impegno e non la fai!”
“Sì, ci andiamo, te lo prometto. E grazie per la fiducia…”. Ancora qualche passo. “Grazie per la fiducia che hai verso di me…”, ha ripetuto il cronista da capelli lunghi lunghi e biondi biondi. No, non era per niente contento.

E’ il tarlo dell’uomo moderno. Lavorare ed essere genitore. Insomma avere il doppio lavoro e venire pagato in moneta per uno soltanto. Quando va bene. Papà e mamme vengono ricompensati con buste paghe d’affetto, e con fuori busta fatti di critiche implacabili. Lo vedo anche a casa mia. Con i miei genitori andare d’accordo è sempre più difficile. Eppure ci si vuole bene. E’ il tarlo dell’uomo moderno, sì, ma in fondo è sempre stato così. Di recente, però, la corsa al profitto ha fatto aumentare esponenzialmente tutte le assenze, tutte le frustrazioni, tutte le mancanze verso la prole, tutti gli scontri a discapito degli incontri. Già mi ci vedo, cronista sportivo dai capelli lunghi lunghi (sarebbe già buona cosa averne) e biondi biondi (anche se dovrei tingermeli e non mi pare il caso), a spasso con la mia bambina (la prima di due figli entro i prossimi tre anni, come profetizzato dalla fattucchiera filippina che dovrebbe essere mia amica), che in sella alla sua minibike mi sputa contro tutte le mie promesse messe sul piatto ma mai mantenute per via del lavoro.

La mia mano sinistra dice che sarò fertile, e chissà, forse fertile in canna (anche se dalla canna fertile). Però la più fertile sarà lei, la mia bambina virtuale su cui già fantastico (oggi tamagochi, domani chissà). Lei che dalla canna della sua bici mi ricorderà che un buon padre non può andare sempre e soltanto a caccia del soldo, ma anche del gattino nuovo per la sua pupetta.

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La vostra bolla mi fa schifo

23 lug

Sono sempre l’uomo dell’ultimo minuto. Anche per le cose che m’interessano. Per circa un mese nella Baia delle Zanzare c’è stata una mostra sugli pterodattili torturati dai visigoti (se vi aspettavate dei referenti reali significa che è la prima volta volta che entrate qui.. prego, state comodi..). Ho rimandato per giorni, settimane. Poi ci sono andato. Giravo per il corso, quando di fronte alla locandina ho realizzato che quello era l’ultimo giorno utile. Poi ciao pterodattili. Dopo la canonica tappa in fumetteria ho deciso di andarci, anche perché la mostra dista giusto una manciata di metri.

Un orrore. Anzi, un orrore e mezzo. Quei poveri volatili sfruttati in quel modo barbaro da barbari senza cuore. Uno scempio. Uno schifo. Un po’ come la cosa che ho scoperto poi.

La curatrice della mostra è una volontaria dura e pura. Una che gli uccelli preistorici li ama fino a bagnarsi. Buoni, state calmi. Voglio dire soltanto che si è messa a piangere di fronte alla foto di un cucciolo denutrito rinchiuso dentro la sua minuscola gabbia. Un’immagine che aveva già visto chissà quante altre volte, eppure davanti a me non ha retto più. Proprio l’ultimo giorno. Una volontaria dura e pura amante degli uccelli preistorici, sì, che mi ha tenuto a parlare per circa un’ora. Al punto che mia madre mi ha chiamato incazzata, perché alle otto e mezza della sera ero ancora lì invece che intorno a un tavolo quadrato a consumare il sacro pasto. E’ la condanna del cronista squattrinato, quello che se fosse almeno precario avrebbe motivo di accendere un cero alla santissima, e che ancora è costretto allo schemino mentale del tutti a tavola tipico della famiglia para-tradizionale. La mia indipendenza è ancora ferma al livello zero, a causa di un’autonomia economico-finanziaria latente a cui non saprebbero porre rimedio neppure le proverbiali cesoie di Tremonti. Avrei dovuto avvisare del mio ritardo, ma davvero non ho potuto. L’adoratrice di volatili di giurassica memoria non ha mai smesso di raccontarmi come li salvano e come li riabilitano alla vita nei loro centri di recupero. Ma la telefonata di mia madre è stata cruciale. E’ a partire da quella che ho scoperto quello che ho scoperto.

“Pronto, ma’?”
“Dove sei?!”
“Alla mostra, ma’. Ti ricordi quella di cui ha parlato anche YourTv?”
“Sì sì, mi ricordo. Ma hai visto che or’è?!?”
“Sì, ma’, dai. Finisco e arrivo.”

Non è proprio così che si è chiusa la chiamata, ma piuttosto con un inno al rispetto (e alla fame) da parte sua più che sonoro. Il dunque però non è questo. Il dunque è che appena chiuso il telefono l’adoratrice di volatili ha sentito il bisogno di correggermi.

“Scusa se mi permetto, ma non puoi aver visto il servizio su YourTv..”
“Ah no?!”
“..No.. Scusami se…”
“Ma no, figurati. Sicuro che mi sbaglio io. Sarà stato sul tg regionale..”
“Forse sì. Vedi, YourTv non c’ha proprio considerato..”
“In che senso?”
“Nel senso che ho telefonato più volte, ma hanno temporeggiato.. rimandato.. fino a che..”
“Fino a che..?”
“Fino a che un giorno passa un ragazzo e mi dice come stanno le cose.”
“E come stanno?”
“Stanno che i servizi loro li fanno a pagamento, e non se la sono sentita di chiedere dei soldi a gente che fa volontariato. Perciò è finito tutto in un nulla di fatto.”

Poi ho messo la maschera del moralizzatore, un coprifaccia che non riesco proprio a togliermi. Nemmeno ora, a distanza di giorni. Sono un giornalista sui generis. Vivo la professione in un modo tutto mio. Anzi, forse vivo proprio in un mondo tutto mio, dove una piccola emittente come YourTv può fare informazione senza racimolare denaro in questo modo. Un mondo in cui c’è spazio anche per gli pterodattili, perché gli animali di cui stiamo parlando non sono mica davvero estinti, e in me resta viva l’idea che chi diffonde le notizie ha anche il compito di sensibilizzare. E’ vero, sono un moralizzatore immorale. Uno che potrebbe anche finire per orientare l’informazione per cause di parte. Ma in questo momento non m’importa. Non m’importa perché sono davvero indignato. E perché al giornalismo senz’anima preferisco quasi quasi la fabbrica. Quasi quasi.

Non posso credere che non si sia potuto chiudere un occhio. Non posso credere che l’unica tv della Baia delle Zanzare non abbia trovato cinque minuti per mandare un disperato sottopagato, con in mano una telecamera e un microfono, a fare una panoramica sulle foto della mostra e a far parlare l’adoratrice di pterodattili per una manciata di secondi. No, piuttosto hanno mandato un ragazzetto a fare discorsi da strozzino delle news (mi si scusi il tono, io sarei un ragazzo a modo se solo ci fosse un modo). E non posso credere che non si sia trovato un buco di un minuto per infilarci un servizio su una mostra davanti al cui ingresso dev’essere passata almeno mezza città. Una mezza città che conta di sapere cosa c’è nell’altra mezza, facendo affidamento sui pochi media della zona. Aziende piccole piccole dalle casse sempre soggette all’eco, vuote come sono perché la comunicazione è il feticcio del futuro, ma anche l’illusione del presente. Chi informa non intasca, galleggia ma non nuota, in un mare magnum in cui il Magnum se lo permettono soltanto i pesci grossi. E con tanto di cialde al plancton.

A volte mi accorgo di vivere dentro una grande bolla. La mia bolla. Una bolla fatta di altre regole. Sono fuori dai dogmi di una bolla in cui o racconti delle belle balle e fai il bullo per fare bello chi ti paga oppure te ne vai a casa. Il mio mondo non è il mondo reale, questo ormai lo so. Ma con me gli pterodattili volerebbero alti nel cielo. Perché a estinguerli non sarà una pioggia di meteoriti, ma il tintinnìo di tasche mezze vuote prese più dai conti che da quello che conta.

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Paparazzato again!!

20 lug

 

Ancora?! Ma è mai possibile che uno non si possa fare nemmeno un tuffo (semplice, da vestito, con orologio e occhiali da sole) in santa pace?!?

 

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Fertile in canna

18 lug

Una mia amica filippina mi ha detto che avrò due figli entro i prossimi tre anni, e che una sarà femmina. Mi ha letto la mano, o meglio, c’ha buttato un occhio. Mi ha preso la sinistra, me l’ha fatta chiudere e ha cominciato a contare. Per ben due volte. Poi si è decisa a dirmi il suo verdetto.

La prossima volta che la incontro le chiedo se mi dà una guardata anche alla destra. Magari c’è scritto pure come cazzo li mantengo.

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Pressioni di settembre

15 lug

Passo le notti in bilico tra la frescura del mio dondolo in giardino e la calura di una stanza così piena di carta da poterla vomitare. Passo i miei giorni a piantare semi per piante pigre, a immaginare contatti e contratti, a pensare a me e soprattutto a quel me che non sono. Mi riscopro troppo romantico per fare il giornalista, indignato di fronte alle aperture sulla Borsa, ai caratteri cubitali su manovre che valgono miliardi, mentre a me per uscire dai parcheggi non danno mai nemmeno l’ombra di un quattrino. Mi dondolo sul dondolo, mentre leggo di viaggi fisici che si fanno mentali. Il cranio mi si apre fin quasi a sentirmi in pericolo, mentre le tigri a forma di zanzara fanno di me uno scolapasta degno di finire sulla testa di un pastafariano austriaco. Mi sale l’ansia, proprio in questa notte vorticosa che segue il giorno del lento ripartire. Ma capisco che è tutta energia, che è tutto dinamismo. Che sono troppo romantico per non voler guardare oltre la patina del buon giornalismo, e troppo sensibile per non subire i cambi di direzione di un vento indeciso. Dondolo sul dondolo, e non sulla poltrona. Cerco di tornare direttore di me stesso, testata non registrata nel tribunale della vita vera, nel cuore di un’estate che mi fa da trampolino verso il più ignoto dei futuri. Dondolo, e penso a me e soprattutto al me che non sono. Guardo avanti, e nel farlo mi costringo a uno sguardo truce e determinato che tenta di nascondere un elefante sotto lo zerbino. Guardo avanti nel bel mezzo di un luglio sahariano, e nonostante il calendario sento già le pressioni di settembre, data forzata di un ripartire che ha una meta ma soltanto a metà.

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Mi hanno paparazzato!

13 lug

 

Beh, cos’è quella faccia? Mai visto un uomo che lavora?!

 

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